Diritti in galera

Il caso della detenuta che ha avuto un figlio, che gli è stato immediatamente tolto in attesa di una decisione dal tribunale dei minori, ha ravvivato il circo dell’informazione che si stava un po’ avviluppando su se stesso. I media infatti non sapevano più come continuare a proporre gli stessi servizi sul fatto che se fuori è 40 gradi, non devi metterti a bere vin brulé in piazza della stazione.

Non è mia intenzione parlare del caso specifico, quanto cercare di spiegare come mai io non sono indignato e non mi espongo in valutazioni o giudizi, né nei confronti della ragazza, né nei confronti dei giudici che sono chiamati a prendere una delle decisioni tra le più difficili della loro carriera.

Una donna condannata è in carcere e sconta una pena. Dà alla luce un figlio. Siccome la sua condizione (il profilo psicologico, il fatto che anche il padre è in carcere, le relazioni degli esperti e dei giudici, insomma tutto quello che concorre a poter dare un giudizio del genere) non la mette nelle condizioni di garantire, non dico il meglio, ma neanche il minimo indispensabile ad una corretta crescita del bambino, allora è stato richiesto che questo bambino le venga tolto e dato in affido se non addirittura in adozione.

Ripeto, non voglio parlare del caso, voglio solo prenderlo ad esempio come situazione da manuale.

Come detto decine di migliaia di volte, da quando esistono il diritto e la legge, essi sono rivolti a tutelare i più deboli dai più forti, proteggere gli inabili e garantire che non si facciano ingiustizie e non si perpetrino soprusi.

Nel caso indicato, a fronte della richiesta di allontanamento, i giudici possono emettere le sentenze più svariate, anche dure e radicali come la scelta dell’adozione oppure ignorare completamente la richiesta di allontanamento e ristabilire il rapporto madre figlio.

Certo ci sono le vie di mezzo, ed è qui che entra in gioco il mio ragionamento: le vie di mezzo in questi contesti sono pericolosissimi alibi per riuscire a non avere la colpa se qualcosa va storto. Se c’è una cosa peggiore, per un bambino, dell’essere tolto dalle cure della madre è l’instabilità che lo porterà una vita nella galera della promiscuità affettiva e dell’assenza di legami unici di riferimento.

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A differenza di quello che oggi viene sbandierato ai quattro venti, non esiste alcun diritto al figlio. Semmai, se vogliamo proprio definirci una società civile, si deve tentare ogni strada per far sì che chi nasce abbia diritto ad una famiglia, meglio se la sua, sicuramente equivalente a quella che l’ha concepito.
Più volte ho asserito che «un bambino ha diritto di crescere nella diversità biologica che l’ha generato». E’ l’unica cosa che possiamo tentare di fare.

Il fatto che siamo umani e che ci si renda indisponibili ad essere genitori nonostante che siamo procreatori, vuoi per tare mentali, emotive o fisiche, non sminuisce in alcun modo il diritto del soggetto debole, cioè il bambino.

Per questo non solo concepisco la possibilità, necessaria in un sistema di tutele, di togliere per legge i figli alla madre biologica (purché gli si dia una famiglia), ma sono anche sicuro che le alternative siano tutte estremamente più dannose del problema che si vuole risolvere.

Ad esempio dare il figlio in affido e permettere ai genitori di vederlo saltuariamente significa innescare un processo irreversibile di infelicità che coinvolgerà i tre attori principali: i genitori, scontentati ma sempre in contatto con il minore; la famiglia affidataria, sempre legata ad un ingerenza che non permetterà loro di essere educatori autonomi; il bambino, che alla fine avrà un sacco di gente intorno e nessun legame vero e saldo.

In questa condizione ci saranno sempre contrasti che avranno un riverbero notevole nello sviluppo del minore, parlo per esperienza personale. Doversi comportare da genitori, ma non averne l’autorità psicologica, non solo è frustrante, ma innesca una serie di microconflitti quotidiani che alla fine porteranno, sia gli adulti che i ragazzi, a guerre totali e a fughe.

Per un ragazzo in crescita è necessario sentirsi dire sì, se è sì e no, se è no. E non si parla di gelati prima di mezzogiorno, si parla di cose importanti, di decisioni a volte salvavita che non possono e non devono essere negoziate tra chi ha l’autorità legale e chi invece ce l’ha psicologica. Il braccio di ferro, inevitabile, tra le famiglie ha buone probabilità di essere uno strumento micidiale nelle mani di un adolescente che fin dalla pubertà ha imparato a barcamenarsi tra le incertezze di alcuni e le debolezze di altri.

Per usare la saggezza popolare si potrebbe dire che «troppi cuochi guastano la cucina», ma se non si prendono decisioni nette e si lascia tutto nel promiscuo allora tanto vale approvare i poliamori e i matrimoni multipli, perché questo è il concetto di diritto alla famiglia che il nostro stato sembra attualmente concepire: una struttura allargata e collaborativa (che collaborativa non è quasi mai).

In questo modo non sarebbe mai più necessario togliere la famiglia a nessun bambino, in quanto in realtà non avrebbe alcuna famiglia da farsi togliere.

Filippo Fiani

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1 Commento

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Una risposta a “Diritti in galera

  1. L’ha ribloggato su Ontologismie ha commentato:
    Un’attenta riflessione che vale la pena di meditare:

    Piace a 1 persona

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