La guerra dei ponti (e dei muri)

downloadUltimamente c’è un gran dibattere attorno a due metafore contrapposte: il ponte (che simboleggia apertura e inclusività) contro il muro (che al contrario evoca chiusura e esclusività). E di conseguenza si sono creati due fronti: il fronte del «sì» e quello del «no». Si arriva anche al paradosso che il fronte del «sì» arrivi a innalzare muri carichi di gelido disprezzo a riguardo dei partigiani del «no», che dal canto loro non spiccano per comprensione delle ragioni altrui.

In realtà, se consideriamo la semplice esperienza umana dobbiamo subito prendere atto di un fatto: che ogni attività dell’uomo comprende sempre una qualche mescolanza di «sì» e di «no». L’evidenza mi dice che anche se voglio costruire un ponte devo saper dire dei «no» – cioè alzare un muro metaforico – a chi volesse impiegare nella sua costruzione del materiale scadente, risparmiando così economicamente al prezzo però di mettere a rischio l’incolumità dei viaggiatori.

Non c’è «sì» senza «no», né ponti senza muri. Un mondo senza ponti sarebbe inumano, ma un mondo senza muri sarebbe irrealistico.

Come ha scritto Chesterton, la carità non può accogliere ogni dimensione autenticamente umana se non accetta anche lo spirito combattivo. Per questo c’è un grande vuoto in quasi tutti gli schemi del pacifismo, c’è qualcosa di superficiale in tutti i progetti di riconciliazione e accoglienza universale. Bisogna considerare essenziale e inerente all’idea di carità, diceva il grande apologista londinese, anche la capacità di sdegno e di indignazione, «altrimenti la carità non sarà qualcosa di completamente umano, e quindi di non completamente divino».

Detto questo, si trarrebbe forse maggior profitto dall’introduzione di una terza e di una quarta metafora: quella della frontiera e del confine.

Nel suo Elogio delle frontiere, Régis Debray ha mostrato come frontiera e confine non siano affatto assimilabili al muro, costruzione che impedisce ogni sorta di comunicazione.

L’esclusione è connaturata al muro, non alla frontiera e alla cinta. Ed è proprio la lotta senza quartiere condotta nel nostro mondo all’idea stessa di frontiera ad aver provocato un ‘epidemia di muri.

La rivelazione cristiana ha fatto qualcosa di diverso dal semplice abbattere quel muro che era il sacro precristiano. Ha aperto una frontiera interiore. Da allora esistono almeno due frontiere: una frontiera visibile e una invisibile della Chiesa. E può benissimo darsi che queste due frontiere non coincidano. Può esserci chi appartiene al corpo visibile della Chiesa ma non alla sua anima invisibile. E viceversa. Se così non fosse la Chiesa sarebbe semplicemente sinonimo di “partito cattolico” e la semplice appartenenza all’organismo ecclesiale basterebbe garantire l’assoluta rettitudine dei suoi membri, con tutto quel che questo comporta (paranoia, sindrome di accerchiamento, manicheismo, dualismo morale, ecc.)

Ma cos’è la frontiera? Cos’è il confine? Non sono forse sinonimi?

A dire il vero esiste una sottile distinzione semantica tra frontiera e confine. Sebbene i due concetti siano legati da un rapporto di stretta prossimità, confine e frontiera non coincidono perfettamente.

Il confine indica un limite comune, condiviso, una separazione tra spazi contigui. Legato fortemente alla terra, il confine è il segno del solco che delimita lo spazio dell’ordine interno, liberato dal caos che occupa lo spazio esterno. È anche il modo di stabilire per via pacifica la proprietà sopra un territorio conteso.

La frontiera invece indica la fine, il limite ultimo della terra. Rappresenta l’ultimo avamposto di fronte al caos. Varcare la frontiera significa inoltrarsi in territori invisi agli dèi, equivale a oltrepassare i limiti del giusto e del consentito. Oltre la frontiera stanno le terre del mostruoso, i campi del caotico e dell’indeterminato.

Frontiera e confine sono quindi accomunati per natura (di limite) e funzione (di contrasto al caos). Rispetto al confine la frontiera segna però una demarcazione meno netta. Più che una linea impermeabile, la frontiera è una fascia che rende possibili l’interscambio e la comunicazione.

Il confine è segno di separazione che stabilisce un punto fermo di partenza e riferimento: è rifugio, riparo interiore.

La frontiera è luogo di distinzione che rende possibile anche l’incontro. Perde in identità quel che guadagna in libertà.

Anche in questo caso, non esiste incontro senza un qualche punto fermo di partenza. Né d’altra parte si può pensare che sia sano arrestare ogni possibilità di movimento.

Occorre alzare la testa, senza perdersi nei rivoli infinti di uno sterile polemismo. Duc in altum. «A cosa serve, in definitiva, la frontiera?», si chiede Debray. «A fare corpo. E così ad alzare la testa. Il recinto esalta il rampicante e ci copre d’invisibile. Ogni luogo chiuso è un “dispositivo che ci induce a salire”».

Emiliano Fumaneri

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