“Sana taglia 38”

Il magazine Marie Claire, edizione italiana, ha messo sulla copertina di novembre una brutta ragazza (o per lo meno ritratta in modo da sembrare tale) magrissima, con espressione del volto schifata, mascella abbandonata a schiudersi lievemente, tipo quando uno si addormenta in treno con la testa ciondolante, corpo afflosciato in una posa seduta, spalle appoggiate al muro, braccia ciondolanti. La foto ha scatenato molte polemiche via web, a causa dell’aspetto emaciato della ragazza e la direttrice, per giustificare la scelta, ha commentato: “La modella della cover di novembre, come potrete osservare anche all’interno del servizio moda, dove ha le gambe scoperte, è una normale taglia 38 come tante altre…Vi invito inoltre a guardare la copertina del numero di ottobre che ha come protagonista una modella più adulta e più formosa….Noi non abbiamo mai creduto in un solo ideale di bellezza femminile, ma al contrario crediamo nella consapevolezza di ogni donna di sentirsi bene nella propria pelle, compresa in una sana taglia 38!”.

E qui, l’espressione “sana taglia 38” ha provocato un vespaio peggio della foto, perché ogni donna che sia alta più di 1 metro e 40 sa che, se avesse la taglia 38, non sarebbe sana.

Su questa vicenda si innesta anche la denuncia di una giovane modella londinese, Charli Howard, che su facebook ha mandato a quel paese la sua agenzia perché le chiedeva di scendere ancora di peso, sotto la famosa “sana” taglia 38: il mondo della moda si conferma inumano e soprattutto antifemminile, cercando per la promozione degli abiti più che delle donne, dei manichini ambulanti, delle macchiette, dei simboli diafani e senza vita, non si sa se per un progetto organico di esaltazione del vestito mediante l’oscuramento della modella o se per farsi pubblicità attraverso l’esagerazione e il sensazionalismo.

marieclaire905-675x905A parte in fatto che di quella foto a colpire non è tanto la magrezza, quanto la bruttezza, l’oggettiva bruttezza della ragazza: sguardo spento, con occhiaie accentuate da apposito trucco, guance scavate, fossetta sul mento, orecchie troppo grandi, sopracciglioni da gladiatore, viso incorniciato da ciocche biondicce confuse, stile non mi sono pettinata, abito ovviamente nero. Sembra una drogata con l’ago in vena.

La domanda è: perché un giornale, che ha come principale obiettivo quello di vendere copie, pensa di attirare lettori con una simile immagine? Una volta si mettevano in copertina i decolleté prosperosi di star più o meno note, le cosce lunghe e tornite di modelle ammiccanti, il sorriso malizioso di qualche attrice. Adesso si propone semplicemente la personificazione della morte. Il messaggio che passa è solo questo: la morte è bella, la morte è inevitabile, la morte è già qui, allarga le braccia e bacia la morte, a te che ti senti morto come questa brutta modella, vieni e comprami.

Ho mostrato l’immagine a mia figlia, 14enne straripante di vita, e lei è arretrata con aria schifata, dicendo che una simile rivista non la toccherebbe nemmeno se la trovasse nel tavolino di una sala d’attesa. A tutte le persone sane (sane davvero, non come la “sana” taglia 38 della direttrice) dovrebbe fare questo effetto, così come un topo fa ribrezzo, un serpente paura, un micetto tenerezza. Sono gli istinti umani, radicati dentro di noi, che ci inducono a reagire alla realtà in modi predefiniti, a nostra tutela, perché la natura sa come si fa a sopravvivere.

Invece Marie Claire conta di vendere nonostante, anzi, in virtù di questa immagine, e visto che avranno già fatto le loro attente indagini di mercato, non ho motivo di credere che si sbaglino. Questo può significare solo una cosa: l’adorazione della morte è già un fatto culturale accertato e accettato.

E’ senz’altro vero che l’anoressia è un dramma psichico che affonda le sue radici nella complessità della storia familiare delle ragazze colpite e che non è certo una campagna di moda che può in alcun modo spostare l’ago della bilancia del fenomeno, ma è anche vero che è una malattia che esprime con disarmante chiarezza la contraddizione tra ciò che le persone vorrebbero per sé e ciò che ottengono quando si rinchiudono nella solitudine. Le ragazze anoressiche hanno un disperato bisogno di amore, affetto, cura, accettazione gratuita di ciò che sono indipendentemente da ciò che fanno, e non trovano altro modo di sfogare la rabbia violenta per non essere riuscite ad ottenere niente di tutto ciò se non rivolgere verso se stesse con assoluto e assurdo rigore tutta l’energia negativa accumulata. Le anoressiche si odiano, odiano la propria fame, odiano sopravvivere e godono nel torturarsi, nel rigettare il cibo, nel ferirsi. Si sentono tanto più belle e brave quanto più sono state crudeli con se stesse, perché esse stesse sono il nemico.

Senza bisogno di arrivare agli eccessi dell’anoressia, comunque questa tendenza all’autoflagellazione è sempre più presente nel mondo degli adolescenti: piercing, tatuaggi, attrazione per il macabro, gusto dell’horror, curiosità per le droghe e per il fumo. E guardate che chi comincia a drogarsi, lo sa benissimo che fa del male a se stesso, ma pensa che non valga la pena difendersi e volersi bene. Invece di ribellarsi alle cose che fanno male e che danno fastidio, invece di lottare per migliorare la propria vita, i giovani si isolano o si imbrancano (che poi i branchi sono solo unioni di persone comunque sole) e si convincono che punirsi è giusto, doveroso, pure divertente. E’ di moda. Talmente di moda che Marie Claire ci fa una copertina e se la ride delle polemiche sulla modella anoressica, tanto non è solo l’anoressia il problema, anzi.

Siamo liberi di fare e sentirci ciò che ci pare, ma soprattutto siamo liberi di opporci a madre natura in tutti i modi, chiamando naturale quello che è artificiale, vero quello che è falso, bello quello che è brutto. Ah, ovviamente liberi nel senso di costretti.

Lucia Scozzoli

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