La genesi del terrorismo suicida come le sorgenti del Nilo

kenya_1605259Nella sua prima giornata in Kenya papa Francesco ha pronunciato un discorso alla State House di Nairobi, dove era stato accolto dalle autorità del Paese e dal Corpo Diplomatico. Il Papa, nel ricordare ai politici il loro ruolo indispensabile nella promozione del bene comune, ha sfiorato uno dei temi più classici della filosofia politica: l’integrazione (o coesione) sociale. Come costruire un ordine sociale caratterizzato da una ragionevole armonia tra i differenti settori e livelli della società, da relazioni stabili tra individui e gruppi, da una convivenza pacifica anche in presenza di conflittualità politica, economica e culturale? A nessuno può sfuggire l’importanza di una simile attività e si capisce bene perché la politica volta a costruire un simile ordine si possa ben definire, con le parole di Paolo VI, come la “più alta forma di carità”.

Conviene leggere uno stralcio più ampio delle poche righe con cui alcuni quotidiani italiani hanno riassunto il discorso papale. Dice papa Bergoglio: “Fintanto che le nostre società sperimenteranno le divisioni, siano esse etniche, religiose o economiche, tutti gli uomini e le donne di buona volontà sono chiamati a operare per la riconciliazione e la pace, per il perdono e per la guarigione dei cuori. Nell’opera di costruzione di un solido ordine democratico, di rafforzamento della coesione e dell’integrazione, della tolleranza e del rispetto per gli altri, il perseguimento del bene comune dev’essere un obiettivo primario. L’esperienza dimostra che la violenza, il conflitto e il terrorismo si alimentano con la paura, la sfiducia e la disperazione, che nascono dalla povertà e dalla frustrazione. In ultima analisi, la lotta contro questi nemici della pace e della prosperità dev’essere portata avanti da uomini e donne che, senza paura, credono nei grandi valori spirituali e politici che hanno ispirato la nascita della Nazione e ne danno coerente testimonianza”.

Sono, come si può osservare, parole ragionevoli: una specie di condensato dell’esperienza storica e della sapienza di una Chiesa “esperta in umanità”. Secondo questa visione, la via per la pace e la libertà passa attraverso la costruzione di un sano ordine sociale, politico, economico.

Ma qualcosa del discorso del Papa non è piaciuto ai quotidiani della buona borghesia neocapitalistica. Papa a Nairobi: violenza e terrorismo alimentati dalla povertà”. Così si legge sul “Sole 24 Ore”. Il “Foglio” rincara la dose con Luciano Capone: “Il terrorismo non è figlio della povertà. Papa&Piketty vs. i dati”.

La titolazione – già fuorviante – mostra il fastidio per le parole del Papa covato dagli apologeti del capitalismo come “migliore dei mondi possibili”. Come se il capitalismo fosse d’essenza divina, sempre e comunque, in qualsiasi fase storica (eppure anche Ettore Gotti Tedeschi, certo non arruolabile tra le fila di un rozzo anticapitalismo, ha denunciato i guasti del “capitalismo gnostico” di oggi).

Sta di fatto che sia “Il Sole 24 Ore” che il “Foglio” hanno mobilitato qualche specialista del socio-logos  (ci perdoni il padre de Lubac se parodiamo una sua espressione) per lanciarsi nella rituale corsa alla puntualizzazione e al distinguo. Inutile dire che, infilato nel tritacarne di una critica così puntuta, papa Bergoglio ne è uscito come sempre viene dipinto sulle colonne del “Foglio”, che già all’indomani della sua elezione lo presentava come un pericoloso pauperista, una specie di papa-demagogo al servizio del Lumpenproletariat latino-americano. È così che Francesco è stato di volta in volta presentato, a seconda degli umori foglianti, ora come uno stravagante e romantico terzomondista, ora come un ingenuo anticapitalista, oppure ancora come una pericolosa quinta colonna dell’ecologismo in seno alla Chiesa.

Questa volta al “Foglio”, da sempre attestato su posizioni ultraliberiste, ha dato manforte il foglio di Confindustria con un articolo a firma di Rosamaria Bitetti (No, non è per disperazione e povertà. L’analisi quantitativa applicata al terrorismo“). Sia Bitetti che Capone ricorrono a un libro (ormai datato, è del 2007) di Alan Krueger, Terroristi, perché, che smentisce ogni ipotesi di un legame tra terrorismo e povertà. I dati statistici mostrano infatti che i militanti dell’islamismo radicale e gli attentatori suicidi godono di una buona condizione socio-economica e hanno un elevato grado di istruzione.

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Il solito Papa pasticcione, quindi, incapace di abbandonare la retorica pauperistica e puntualmente smentito dalla fredda realtà dei dati? Più d’uno è caduto in questo trappolone. Ma andiamo con ordine: anzitutto bisogna osservare che il Papa non ha banalmente parlato solo di povertà.

Certo, anche le ricerche più recenti, come quelle di Domenico Tosini (Martiri che uccidono) e di Francesco Marone (La politica del terrorismo suicida) da un lato smentiscono, come Krueger, l’equazione terrorismo = povertà. Ma dall’altro lato evidenziano anche i limiti di queste analisi. I giudizi netti, in questo campo, si attagliano poco. Non esiste ancora una teoria in grado di spiegare in maniera esaustiva l’attuale fenomeno del terrorismo suicida, che unisce in sé diversi livelli e diversi fattori tanto collettivi quanto individuali.  Si sa ancora troppo poco dei profili, della personalità, delle motivazioni e della radicalizzazione dei terroristi suicidi (per via delle condizioni oggettive degli attentati, nonché per la natura clandestina dei gruppi armati che li reclutano).

È perfino difficile tracciare un profilo univoco di attentatore. È vero: il database dello psicologo Ariel Merari smentisce ancora una volta l’idea secondo cui gli attentatori suicidi sarebbero necessariamente poveri (il 61% proviene dalla classe media). Il problema è che i dati di Merari si riferiscono sostanzialmente alla Palestina e non autorizzano alcuna generalizzazione. In Afghanistan ad esempio lo scenario cambia. Qui gli attentatori sono generalmente giovani (a volte anche ragazzini), poveri, analfabeti, personalità acerbe e fragili, facilmente manipolabili dai reclutatori di kamikaze. È anche vero che l’Afghanistan in generale ha un livello socioeconomico e un grado di istruzione molto bassi, dunque il profilo degli attentatori suicidi afghani sembra non discostarsi significativamente dalle caratteristiche del proprio paese. Bisogna anche dire che  negli ultimi anni il profilo dei terroristi esibisce una maggiore varietà nel campo socioeconomico, fatto che rende ancor più complicato identificare un profilo univoco.

In realtà la forza del discorso terrorista sembra risiedere, come ha mostrato un interessantissimo dossier sui metodi di reclutamento jihadisti curato dall’antropologa Dounia Bouzar, nella sua raffinata capacità di adattarsi non soltanto alle specificità del contesto socio-culturale (non ci si rivolge a un francese e a un saudita allo stesso modo), ma anche alle diverse psicologie individuali. Il percorso di radicalizzazione islamista è strutturato in modo da diversificare l'”offerta formativa” così da consentire all’aspirante jihadista di scegliere il profilo individuale che più egli sente proprio. Lo scopo è rendere partecipi di una storia mitica dove si recita un ruolo fondamentale, di primo piano

Come dicevamo poc’anzi, il Papa in Kenya non ha parlato solo di povertà. Ha puntato il dito anche su paura, sfiducia e  disperazione.

Quanto alla paura, il desiderio di vendetta innescato dalla rabbia e dall’odio (ed è noto come dalla paura si passi facilmente alla rabbia) rappresenta uno dei motivi più ricorrenti nell’esperienza di molti militanti jihadisti. Anche la mancanza di fiducia è un fattore di disintegrazione sociale, come ha indicato una corposa tradizione sociologica (il cosiddetto “capitale sociale” che permette di costruire e mantenere reti di relazioni sociali).

E per quel che riguarda la disperazione, non mancano certo i casi, attestati anche da Merari in Palestina, di chi all’emarginazione sociale ha preferito una morte gloriosa come “martire” o di chi ha accettato un “posto” da kamikaze anche per sostenere la famiglia grazie ai compensi economici offerti dalle organizzazioni islamiste.

Se accantoniamo le deformazioni giornalistiche, le parole del Papa appaiono meno banali di quanto possono apparire a uno sguardo superficiale. Francesco menziona anche la “frustrazione” come componente dell’humus che va ad alimentare violenza, conflitto e terrorismo.

Il ruolo giocato dalla frustrazione all’interno del radicalismo islamista è attestato anche da altre ricerche (come quella di Diego Gambetta e di Steffen Hertog, Why There are so Many Engineers among Islamic Radicals?), dalla quale si evince che quasi la metà dei militanti jihadisti è laureata in ingegneria. Gli studiosi propongono una duplice spiegazione per questo fatto così singolare. Da un lato gli studi ingegneristici possono propiziare una visione tecnocratica della società, portando all’esaltazione di un ordine senza libertà sotto l’occhiuta supervisione di una casta di leader religiosi. Gli ingegneri sembrano dunque, per via della loro formazione, più esposti di altri al rischio di acquisire una mentalità sensibile a quella specie di ossessione per la tecnica, corroborata da pulsioni nichiliste, che si può riscontrare in non poche organizzazioni terroristiche.

Dall’altro lato la radicalizzazione degli ingegneri appare favorita anche dalla frustrazione di aspettative lavorative ed economiche che questa categoria professionale più di altre ha dovuto affrontare negli ultimi decenni nel mondo arabo. Si innesca così il noto meccanismo della “deprivazione relativa”. Si tratta di quel fenomeno che spiega perché le rivoluzioni scoppino in presenza di un miglioramento delle condizioni generali di vita. Al crescere degli standard di vita aumentano anche le aspettative degli individui. Quando queste aspettative crescenti vengono frustrate si produce aggressività.  Tecnicismo, nichilismo, teocrazia e frustrazione, dunque: una miscela micidiale che non è sfuggita nemmeno a papa Bergoglio, con buona pace dei suoi detrattori superficiali (o interessati).

Emiliano Fumaneri
(Articolo per La Croce Quotidiano – 28/11/2015)

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