Un popolo che si è sentito a casa

Perché migliaia di famiglie si sono date appuntamento da ogni parte d’Italia al Circo Massimo sabato 30 gennaio 2016?

L’interrogativo sarà pure banale (e scontato), perché lapalissiana appare la risposta: per esserci al Family Day, contro il ddl Cirinnà. Risposta semplicistica che vuole liquidare la domanda: perché?

Nel baillamme dei commenti e contro-commenti che i media ci hanno sprecato sopra (spesso e volentieri con tonnellate di baggianate senza senso) confesso di non averci trovato la risposta. Quella vera, quella che sia davvero in grado di rendere ragione di un evento così imponente promosso e organizzato da una pattuglia di laici in venti giorni.

Nella faticoso tentativo di spostarmi da un metro all’altro tra persone di ogni età schiacciate come sardine non ho potuto fare a meno di guardare i volti di ciascuno. Non visto altro che gioia brillare negli occhi. Una piazza così, fatta da migliaia e migliaia di famiglia con passeggini appresso, bimbi da rincorrere e portare a fare pipì in qualche angolo nascosto, giovani abbracciati e anziani alzare cartelli e striscioni di ogni colore, certamente con i segni della fatica del viaggio addosso, ma mai astiosi, non può che fare sorgere la domanda: perché?

La risposta che mi sono data è una: perché si sono sentiti un popolo. Perché volevano essere un popolo ed ora lo hanno trovato. Ci si sono immersi dentro come ci si immerge in una doccia calda nelle giornate fredde d’inverno per cercare tepore. Si sono sentiti a casa.

12642666_444090899115023_476326410487361288_nPiazza, gente, folla sono termini che nulla hanno a che fare con “popolo”. Un popolo è fatto di persone vive che vuole avere una identità. E l’identità non è fatta di filosofie e nemmeno da princìpi e valori etico-morali. Il fattore costitutivo di un popolo è dato da due elementi imprescindibili: l’appartenenza e la guida. L’appartenenza è fatta di un insieme intricato e splendido di radici che affondano ben piantate e salde nel passato. Un passato che non è fatto di bei ricordi andati, di nostalgia per un’éra d’oro che fu e che ora lascia ceneri sparse da contemplare in un museo.  Ma di un passato che è vivo ora, adesso, un memorare nei gesti e nelle parole quotidiane. E’ quel passato che il Vecchio Continente ha voluto liquidare senza riconoscere in esso le origini della sua fondazione: Cristo e ciò che a partire da Lui si è generato, cioè il cristianesimo.

Ho letto commenti all’evento di Roma con titoli quali “Cronaca di una piazza (piena) con poche idee” oppure “La sfida di oggi e i nostalgici del mondo che non c’è”. Non hanno capito nulla di ciò che è accaduto davvero al Circo Massimo.

Giudizi taglienti che non lasciano scappatoie: “C’è solo la contrapposizione di una verità che si cristallizza negli schemi del passato e che combatte, per così dire dall’esterno, la modernità vista come un transatlantico alla deriva, sbrecciato da ogni lato e vicino ormai al collasso finale. L’identità che si rinchiude nel bozzolo delle sue granitiche sicurezze e rifiuta di aprirsi alla verifica continua di sé stessa, alla sua riconversione, è un’identità che preferisce smettere di crescere, e che senza accorgersi si lascia catturare dal culto delle ceneri da museo, invece di lanciarsi nella fresca baldanza di una autenticità da riguadagnare a ogni passo come conquista, attaccata alla sua origine ma non schiacciata nella ripetizione rancorosa di forme storiche e ideologiche non più adeguate alla realtà implacabile dell’oggi”.

Difendere la famiglia naturale, denunciare che l’utero in affitto è una pratica abominevole, prendere le difese dei più deboli della società odierna e cioè i bambini e gli anziani significa davvero “rinchiudersi nel bozzolo di sicurezze e rifiutare la modernità” per illudersi di vivere in un passato che non esiste più?

Io ho visto un altro film. Ho visto un popolo che tutto aveva tranne che la volontà di chiudersi in un fortino ormai vuoto, come se fossimo nel Deserto dei Tartari di Dino Buzzati.

Il popolo ha trovato delle guide. Persone che hanno saputo farsi carico sulle proprie spalle delle ansie e delle attese che come un fiume carsico si muovevano qua e là scollegate tra loro. Ciascuna all’insaputa dell’altra. E – forse per la priva volta nella storia del cattolicesimo italiano – un gruppo di laici ci ha provato. Costanza Miriano, Mario Adinolfi, Maria Rachele Ruiu, Filippo Savarese, Gianfranco Amato e molti altri hanno preso l’ònere di provare a guidare un popolo. Massimo Gandolfini, il Capitano, un uomo mite ma fermo, più di tutti ha rotto gli indugi e ci ha messo la faccia.

“Ma il cuore del suo discorso (Gandolfini ndr) è la famiglia come cellula fondamentale della società. In uno dei video introduttivi era comparso un cartello con la scritta “la famiglia è la salvezza”. In effetti, sul tema delle adozioni non c’è molto da spiegare, la legge appare a tutti evidentemente una bruttissima cosa. Ma sulla centralità della famiglia, sulla sua priorità come motivo di mobilitazione, una piazza così meriterebbe di più. Perché la salvezza non è la famiglia. Occorrerebbe riflettere su cosa può generare una famiglia oggi, nel caos di incertezze in cui siamo immersi. La famiglia è un ambito privilegiato se educa, ma educa se apre a qualcosa di più grande, più grande della famiglia stessa. E del resto molti di noi, tornando inaspettatamente alla fede da giovani, per seguire chi ce la insegnava, proprio con un certo tipo di famiglia chiusa abbiamo dovuto questionare, se non talvolta scontrarci e scappare. Per poi ritrovare i nostri cari anni dopo, con più verità”.

Francamente non capisco proprio commenti come quello sopra citato. E – tutto sommato – un po’ me ne frego anche. Non perché non mi interessi, ma perché da oggi comincia una nuova avventura.

Potranno scrivere e dire peste e corna di questo popolo, ma ciò che ho visto e che tutti voi – se sono certo- avete sperimentato con mano a Roma mi riempie il cuore di speranza.

Il ddl Cirinnà passerà? Non passerà? Posso rispondere: non mi importa troppo dell’esito. Perché a Roma non siamo andati contro qualcosa o qualcuno, ma per ri-affermare a noi stessi e all’intero Paese che il sonno che da troppi decenni ha paralizzato il mondo cattolico, i laici cattolici, finalmente è finito. E – ne sono certo – l’avventura è appena iniziata.

Gilbert_Keith_Chesterton“Le luci si accendono in ogni casa, il Dio di tutte le cose buone che sono sulla terra, delle ruote, delle trame di ogni fattura, il Dio che ha costruito il tetto, il Dio che ha fatto la strada, il Dio che falcia i re come le querce, che scrive canti sopra le pelli, il Dio dell’oro e del vetro rovente confregit potentia arcum et scutum et gladium et bellum”. E’ passaggio del bellissimo “La ballata del cavallo bianco”, poema scritto da Chesterton nel 1911. Un poema epico che celebra la storia di Alfred The Great, re del Wessex dal 871 al 899. L’intera trama di questo testo ruota attorno ad un fatto storico, la battaglia di Ethandune che fu combattuta dal 6 al 12 maggio del 878 e vide Alfred sconfiggere, contro ogni previsione, gli invasori Danesi, cha stavano dilagando sul suolo inglese, guidati da re Guthrum.

Nel cuore della battaglia, il manipolo dei cristiani si trova a un certo punto a fronteggiare un principe pagano vichingo che si è fatto incantare la propria lama da delle streghe e che, con questa lancia stregata, sta devastando il campo nemico. Tutti scappano tranne un italiano, Marco, un patrizio romano convertito, che invece tiene la linea e grida: “State fissi come un’aquila”, nella bellissima traduzione di Annalisa Teggi. “State fissi come un’aquila” gridò Marco “state saldi come le mura di Roma, avanti, nelle vostre case le luci si stanno spegnendo, cadono i frutti dai vostri rami”.

Marco, nel cuore della battaglia, si è messo a cantare i salmi di Re Davide, che raccontano che Dio non lascia solo il suo popolo e combatte con lui. “Acciaio e scintille si infransero su di lui, cavalli da battaglia e pugni”: tutti sembrano volerlo mettere a tacere, “ma tutti i re del mare vacillarono quando si sollevò il legno delle armi allo squillo della parola del romano, al rombo del salmo”.

Chesterton, nel ’900, è un uomo che si è messo, nel cuore delle nostre battaglie, a cantare il latino, cioè si è messo a cantare in nome di tutto ciò che amava e si è trovato addosso delle parole che erano le più adeguate. Non per un tradizionalismo o un estetismo, ma perché erano le parole con le quali da migliaia di anni ci viene tramandata continuamente la perenne alleanza che c’è tra l’uomo e Dio, la certezza che ogni volta che l’uomo impugna la spada per combattere per ciò che ama, l’uomo regge la spada ma è Dio che regge il polso dell’uomo.

A noi continuare, oggi, quella storia che tutto è tranne che polverosa.

Davide Vairani

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1 Commento

Archiviato in Family Day

Una risposta a “Un popolo che si è sentito a casa

  1. L’ha ribloggato su paolabellettie ha commentato:
    Magnifico articolo

    Mi piace

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