Le gemme di una primavera impaziente

È incredibile come una cosa così grande sia stata anche così intima, davvero così famigliare: ho visto il Circo Massimo riempirsi e svuotarsi con la naturalezza e la velocità con cui si riempie e si svuota un lavandino, laddove uno stadio, che contiene molte meno persone, fa lo stesso a prezzo di molte più attenzioni e precauzioni. Prima dell’inizio della manifestazione ho potuto e dovuto attraversare trasversalmente i primi cinquanta metri del catino del Circo davanti al palco: era incredibile come, tra tutta quella gente confluita lì da tutta Italia, trovassi almeno un volto noto ogni dieci passi.

Passavo tra volti noti e ignoti, eppure nessuno mi sembrava sconosciuto: «Ciao, buon Family Day!», mi veniva da dire. E «grazie di essere venuti!». E «da dove venite? Quanto avete viaggiato? Come stanno i bambini?». «Di che reggimento siete / fratelli?» – diceva il mio Ungaretti fra me e noi.

Ed era veramente una battaglia, quella che stavamo per dare: una legione di fratelli stava preparandosi a sferrare un formidabile assalto contro una roccaforte senza nemici. Sembrava un immenso picnic, eppure parlavamo di spade sguainate e di bambini da difendere, come se ciascuno stesse intonando la Marsigliese dentro di sé: «Non sentite nelle campagne / muggire questi feroci soldati? / Vengono fino in braccio a noi / a sgozzare i nostri figli, le nostre donne». E doveva essere qualcosa del genere, come dice san Paolo: «La nostra battaglia non è contro creature di sangue e carne, ma è contro i principati e le potenze, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che infestano l’etere».

Quel pacifico agone, che proprio in un’area anticamente dedicata a giochi bellici riproduceva in un unico momento la tensione del David di Michelangelo e la rilassatezza di quello di Donatello, quel fremito sommesso rispondeva alle spocchiose ingiunzioni dell’italietta radical chic, arrivate sette giorni prima: #svegliatitalia. Altroché, sì: #lItaliasèdesta e vi sta davanti con la schiena dritta (e coi bambini al collo, e qua e là con la tetta scoperta nell’allattarne uno).

Bella Italia, scollacciata e casta: una marea di cristiani (e non solo, prevalentemente cattolici, ma non solo) che si è intrattenuta per ore a parlare di sesso estremo, quello che si vive a tuttotondo e che sta così al cuore dell’esperienza famigliare che non necessita di essere artatamente inculcato da presunti “esperti” nelle scuole dello Stato. Bella Italia, popolare e colta: che non si vergogna di cantare “Mamma” di Beniamino Gigli, tra sorrisi autoironici e lacrimucce commosse, e che non ha bisogno di aspettare l’interprete per tradurre l’inglese californiano di Jennifer Lahl. Italia bella, umile ed alta come le sue mamme: che con le mani nude viene a implorare, a pregare, a ingiungere.

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Questa variopinta torre d’avorio, piena di incantevoli difetti e di meravigliose contraddizioni, è diventata una questione a sé stessa: si chiede “che fare?” come i siloniani cafoni di Fontamara, ma già si abbevera a un serbatoio di speranza (di grande Speranza) che la fa bella come il naso di Cleopatra.

Era pure un’immagine della sua Chiesa, quell’Italia presente al Circo Massimo: di quella Chiesa che a Firenze ha da poco ricevuto istruzione di attrezzarsi per un cammino sinodale permanente. E bisogna trovare le forme di questo cammino sinodale: «Pastori e popolo», precisava lo stesso Papa Francesco intervenendo allo stesso convegno ecclesiale nazionale. Ai laici cattolici italiani, in particolare, spetta un compito particolarmente intrigante, perché se da un lato devono interrogarsi su come innervare lo spazio pubblico dello spirito evangelico, «con stile secolare» (amava ripetere un mio professore riecheggiando il IV capitolo della Lumen Gentium), dall’altro devono trovare – o creare? – piattaforme di confronto costante tra loro nel piano puramente ecclesiale. Piattaforme perennemente in equilibrio tra la spontanea e integrale adesione al Magistero e la promozione di una sana libertà cristiana, che quello stesso Magistero ecclesiale esige.

I giorni della merla hanno avuto temperature primaverili, quest’anno, e non posso fare a meno di pensare che sia stata la fioritura del Circo Massimo a influenzare beneficamente il rigore invernale del clima: auspico per me e per tutti che possiamo raccogliere questo segno come un incoraggiamento. Se anche il sole torna a splendere e scaldare, fuori stagione, per l’audacia di un grande prato fiorito, forse il nostro orizzonte si profetizza ampliato ben oltre un dibattito parlamentare, verso una nuova calda estate.

Giovanni Marcotullio

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