La bonaria insorgenza del senso comune

12669529_10205607224356080_1439389966054650793_nChe può dirsi del Family Day? Da giorni i media facevano a gara per descriverlo come un
covo di ringhiosi haters. Le orde selvagge del familismo si sarebbero abbattute su Roma, dicevano. Arrivano i negatori della civiltà! Questa la cantilena ossessiva.

È bastato mettere piede al Circo Massimo per accorgersi della vanità del chiacchiericcio maligno. Chi pensava di entrare nell’arena si è ritrovato in una palestra di giochi, per riprendere una bellissima immagine di Chesterton.

La nostra strada verso Roma, quel giorno, è stata una progressione continua costellata da incontri, saluti, abbracci, reciproci riconoscimenti. Partiti pressoché in solitaria, poco alla volta abbiamo visto crescere attorno a noi una compagnia di valorosi difensori del senso comune, cosa non scontata in un’epoca che a forza di voler trovare un senso in cose insensate ha finito per smarrire il buon senso.

Fatto sta che nella cornice suggestiva del Circo si era nel frattempo radunato un popolo festoso e colorato. Era la gente che Marcello Veneziani aveva designato come i «Cobas della tradizione». Senza nulla togliere a questa acuta definizione, sotto i miei occhi si dispiegava però qualche cosa di differente: una moltitudine meno ruvida, meno callosa di una folla scioperante. Un popolo vigorosamente conscio della propria mobilitazione ma non per questo disponibile a snaturarsi, assumendo pose aggressive per contrastare la derisione.

E soprattutto, un popolo unito da una grande passione per l’uomo, la stessa che ha portato un Dio a morire sulla croce. È per questo, come sempre capita a chi condivide una passione comune, che in quel popolo ci si sente a casa, circondati da amici, non da sconosciuti.

Marx preconizzava la dittatura del proletariato. E il popolo che si accalcava nel Circo Massimo non poteva definirsi altro che così: proletari, coloro che potevano contare unicamente sulla propria prole, gli ultimi, i minores della società, i disprezzati dalle aristocrazie.

I «rivoluzionari di professione» non hanno mai guardato al proletariato con sguardo limpido. Se ne prendevano le parti non era certo per amor suo. Questa élite arrogante e altezzosa si è sempre ritenuta in diritto e in dovere di costringere il popolo ad essere libero, imponendogli la propria personale tirannia. L’alleanza col proletariato pertanto ha sempre avuto un che di strumentale. Il proletariato era calcolato quale massa d’urto per lucrare il potere, niente di più.

La dittatura del proletariato non è mai esistita. È esistita realmente la dittatura dei «gesuiti della rivoluzione». Questo autoproclamatosi corpo mistico di «eletti» ha spezzato da tempo l’antica alleanza col proletariato. Oggi è alleato a un’élite tecnocratico-economica che mira a disancorare la parentela dalla carne, espropriando la famiglia del suo patrimonio essenziale: la prole, la forza generativa, la procreazione. Lo scopo è sostituire l’artificiale al naturale.

Ecco perché quella del Circo Massimo può essere considerata un’insorgenza del senso comune. Una sollevazione pacifica e bonaria, incontestabilmente, ma pur sempre una sollevazione.

Il popolo del Family Day non si compone certo di eroi, di santi o di intellettuali. Forse simili figure saranno anche presenti qua e là tra le sue fila. Ma non è quella la pasta di quel popolo, che rimane semplice e generosa. Forse è davvero un popolo di incivili, come ripetono senza posa i mass media controllati dagli «eletti». Concediamolo pure: non sarà un popolo civile, obietterebbe Checco Zalone, ma di certo è un popolo educato, capace di rispondere al veleno mediatico con la sua dote migliore: la cultura del dono.

Gandalf, lo st50c8e1f704bd5_Ancalagon_GaladrielAtRivendell2regone buono del Signore degli Anelli, a un certo punto confessa alla possente Galadriel il segreto per sconfiggere il male. Esso non risiede nel contrapporre al male un grande potere o, ancor peggio, una violenza incomparabilmente superiore. No, l’esperienza ha insegnato altro a Gandalf: «sono le piccole cose», dice, «le azioni quotidiane della gente comune che tengono a bada l’oscurità. Semplici atti di gentilezza e amore».

Il brulichio spensierato della folla era più simile, pensavo tra me e me, a quel che sarebbe successo se la piccola grande Contea degli hobbit si fosse data appuntamento per testimoniare al mondo una verità tanto semplice quanto essenziale: che è possibile smarcarsi dalle strettoie del pensiero unico, giacché la famiglia naturale-coniugale è intessuta di una stoffa resistente ed elastica al tempo stesso, erede di costumi antichi ma capace anche di accogliere la modernità.

Dire famiglia vuol dire allacciare i nodi tra vita ricevuta, donata e accompagnata. I legami famigliari sono più che contratto e raziocinio. Sono carnali, come il segno dell’alleanza biblica.

Questo è stato il Family Day: la carne dei nostri corpi contro la pietra delle parole occisive, una parola di speranza contro il grido della disperazione, lo slancio gioioso della vita contro la flessione cupa dell’anti-vita. In breve, come è stato detto, dalla polvere del Circo Massimo è sorta forse l’alba di un mondo nuovo.

Emiliano Fumaneri

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