Quell’alleanza tra efficientismo e perversione

HIDRA«Le persone non sono cose». È lo slogan che Mario Adinolfi ripete senza posa.
E lo fa a ragion veduta, perché oggi effettivamente la cultura dominante ci invita, sempre più apertamente, a considerare le persone come cose di cui godere. Di recente Massimo Recalcati ha esaltato su Repubblica la perversione giacché essa, afferma il noto psicoanalista, rivela agli uomini la legge del godimento, principio ordinatore dell’esistenza.

Recalcati così dà ragione ad Adinolfi. Perché, in fin dei conti, cos’è la perversione?
Lo apprendiamo da un collega di Recalcati, Franco De Masi: «Per la psicanalisi, in ogni perversione c’è un processo di degradazione dell’oggetto d’amore, che trasforma la persona in una cosa».

Il trionfo della perversione, vale a dire di quella mentalità strumentale che degrada la persona a cosa, viene da lontano. Secondo Giorgio Israel, il lucido scrittore deceduto pochi mesi fa, la crisi dell’Occidente è da considerarsi soprattutto una crisi morale. L’organismo occidentale si è ammalato da quando al suo interno è penetrato un virus demoniaco: il mito della palingenesi sociale unito al mito della gestione scientifica dei processi sociali.

Qualche anno fa ebbi una discussione sull’aborto con una giovane anarchica. Mi colpì il fatto che argomentasse la sua posizione filoabortista con la necessità di una «gestione» della vita (innanzitutto la propria, evidentemente, che nel caso dell’aborto comporta però anche la «gestione» di quella altrui).

Per me fu la conferma della non-neutralità del linguaggio: il lessico non è mai neutro (dal latino neutrum, composto da ne e uter: né uno né l’altro). Le parole sono indicatrici di una visione del mondo, come se le loro radici recassero con sé le tracce del terreno in cui si sono radicate. Dire «gestione», che è vocabolo del lessico ingegneristico-economico, significa muoversi inesorabilmente nell’ottica meccanicistica dello spirito di organizzazione: una visuale artificiale, per nulla organica e vivente.

Pensare di dover «gestire» la vita altrui è ben diverso che sentirsi spinti ad «accompagnarla», a «curarla», «nutrirla» o «coltivarla» («cultura», secondo una nota etimologia, viene da «cultus») come faremmo con la terra e i suoi frutti.
Non casualmente Lewis Mumford designava come «megamacchine» quei grandi corpi artificiali che spersonalizzano l’uomo, collettivi imperniati sull’efficientismo e sulla pianificazione razionale.
La megamacchina non è altro che una grande organizzazione gerarchica che fruisce degli esseri umani come se fossero ingranaggi, come componenti utili ad assicurare il proprio funzionamento.

Antonio Rosmini nel suo Saggio sul comunismo e sul socialismo (1847) aveva predetto che le megamacchine sociali avrebbero dispoticamente sollevato la società da «tutte le umane sue varietà, ciascuna delle quali è fonte di diletto e di ornamento dell’umano consorzio, introducendo la più stucchevole uguaglianza e tediosa monotonia, dovendo ciascun uomo, quasi fosse morto legno, o ferro insensibile, divenir dente della ruoto, o piuolo, o uncino, o molla, o argano, o manubrio della macchina da tali ingegni fabbricata, e cioè dalla nuova società, e guai se uno di tali ordigni si muove!».

All’opposto, ciò che è vitale e non artificiale è in larga parte il frutto di una crescita organica, in ampia misura incosciente e spontanea, sebbene desiderata e attesa. «Accompagnare» una vita è come accompagnare la crescita spontanea di una pianta e dei suoi frutti. Ci si «prende cura» di un essere vivente, di un soggetto animato. Si «gestisce» invece una cosa, un oggetto inanimato.

Le proprietà caratteristiche degli organismi, cioè degli esseri viventi, sono almeno due. Prima di tutto il movimento. Il vivente è animato, si muove da sé. Tanto è vero che se scorgiamo un ente muoversi, subito siamo portati a pensare che sia un essere vivente. Gli oggetti inanimati, ossia le cose, devono essere invece mossi da una forza esterna (dal vento, dall’acqua, dalla gravità, dal calore). La seconda proprietà degli organismi è che si replicano, generandone altri. Invece le cose generalmente non procreano, devono essere riprodotte.

Pensare di dover «gestire» la vita, che è movimento e novità, equivale a voler assumere il pieno controllo su di essa. In breve, vuol dire esercitare un potere. Si ha potere su qualcuno quando in ogni momento è possibile prevedere il suo comportamento, minimizzando il più possibile le zone di incertezza. Al tempo stesso occorre che colui che è assoggettato al nostro controllo non abbia alcun modo di prevedere il nostro comportamento. Il potere più schiacciante dunque scaturisce dalla congiunzione tra la massima libertà (cioè la totale imprevedibilità) del comandante e il totale controllo (ossia la massima prevedibilità) del comandato.

Il potere, di per sé, non conosce il dono. Se non accetta di sacrificarsi, rinunciando al controllo totale nell’atto di mettersi al servizio della giustizia, è destinato a ignorare l’attesa, la meraviglia e lo stupore.
In uno dei suoi aforismi più profondi Nicolás Gómez Dávila scrive che «l’amore è l’atto che trasforma il suo oggetto da cosa in persona». Potremmo dire, all’opposto, che il potere è l’atto che trasforma il suo oggetto da persona in cosa.

È significativo che un’analoga tendenza all’automatizzazione e alla meccanizzazione di tutti i rapporti caratterizzasse anche le spaventose megamacchine totalitarie del Novecento. Un’attitudine che si rifletteva nel linguaggio, come attestato dall’analisi del filologo Viktor Klemperer sulla LTI (Lingua Tertii Imperi), la versione nazista della neolingua.

Klemperer documentò come i gerarchi nazisti – a partire da Goebbels, arrivato praticamente a indentificarsi con le macchine – applicassero alla società metafore e espressioni attinte dai campi dell’elettromagnetica o del magnetismo. Così sotto il Terzo Reich divenne usuale paragonare a “motori” le persone veramente “attive”.
Un altro verbo-chiave, sintomatico della tendenza alla meccanizzazione della persona propiziata dalla LTI, era «gleichschalten» (sincronizzare, livellare, uniformare). Ogni persona doveva essere sincronizzata, livellata uniformata alle esigenze dell’organizzazione.

Per Klemperer l’invasione del linguaggio tecnico si spiegava con l’abitudine di degradare la persona, abbassandola al livello di una macchina. Lo scopo della LTI era quello di reprimere ogni pensiero autonomo.

Questa cosificazione della persona era evidente in un verbo come «liquidieren» (liquidare), un termine del linguaggio commerciale che per di più, essendo di origine straniera, suonava freddo e impersonale alle orecchie di un tedesco. Un libero professionista «liquidiert», rilascia la fattura per la propria performance, convertendo la propria prestazione professionale in una certa quantità di denaro. Un commerciante «liquida» il suo negozio, cessando così ogni attività. «Liquidare» delle persone pertanto vuol dire eliminarle. E il passaggio che precede logicamente la loro eliminazione fisica è la privazione dell’anima. Esseri da «liquidare» sono considerati dei cadaveri ambulanti, delle cose inanimate che è possibile togliere di mezzo senza remore.

La lega tra efficientismo e perversione (l’ideologia del godimento elogiata dagli editorialisti di “Repubblica”) ricorda l’idra di Lerna, il mostro a nove teste affrontato da Ercole in una delle sue dodici fatiche, un mostro tanto potente da poter uccidere un uomo col solo suo respiro. Il mito dice che ogni qual volta Ercole mozzava una testa dell’idra, dal moncherino ne ricrescevano altre due. Per sconfiggere la bestia l’eroe dovette farsi aiutare dal nipote Iolao, il quale, dopo che Ercole aveva tagliato una testa dell’idra, provvedeva a cauterizzare  il moncherino col fuoco, impedendone così la ricrescita. Ercole in questo modo riuscì a trionfare, schiacciando in ultimo la testa del mostro sotto un masso.

Oggi potremmo essere assaliti dallo sconforto: la forza erculea sembra soccombere sotto l’attacco dell’idra ipertecnologica e pulsionale. Ma un cristiano non può disperarsi. L’esito della lotta non dipende dalle sue sole forze. Deve sapere di poter confidare nel Paraclito, lo spirito “soccorritore”, e in colei che è invocata come Auxilium christianorum: la donna che schiaccia la testa al serpente.

Emiliano Fumaneri
(Articolo per La Croce Quotidiano, 24 marzo 2016)

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