Il vero volto dell’utero in affitto

sandeldi Andreas Hofer

Davvero illuminante quanto scrive Michael J. Sandel in Contro la perfezione (Vita e Pensiero, 2008) sull’equivalenza morale (o immorale) tra la vecchia eugenetica (coercitiva, collettiva, di stato) e la nuova eugenetica “liberale”, fondata sulla scelta individuale e sul libero mercato.

Per Sandel l’eugenetica su base individuale non è affatto migliore della prima per il fatto di essere volontaria.

Ho pensato subito a lui dopo aver ascoltato per l’ennesima volta l’argomento usato dai partigiani dell’utero in affitto, impegnati a respingere obiezioni e critiche evocando la surrogazione “altruistica” come atto di “generosità” da parte di eroiche filantrope, ansiose di donare il proprio utero per realizzare gli altrui sogni di “genitorialità”. Ci viene raccontata un’altra storia, più tranquillizzante per un uditorio occidentale, nella quale non si dà alcuno sfruttamento di povere donne costrette a affittare il ventre o a cedere ovuli per via dell’indigenza in cui versano.

Facile capire quanto si guadagna sul piano propagandistico. Una delle regole d’oro della propaganda è tocca il cuore, persuadi la mente. L’appello alle emozioni è fondamentale. È di vitale importanza allora che la prestatrice di ovuli o di utero non appaia come la piccola fiammiferaia oppressa da un avarissimo Scrooge d’Occidente. Se ciò avvenisse si attiverebbe nell’immaginario collettivo il potentissimo mito della Vittima. E questo porrebbe un problema comunicativo di non semplice gestione, soprattutto per i politicamente correttissimi apologeti della maternità surrogata.

Molto meglio, rivolgendosi a un pubblico europeo o occidentale, fare appello al consenso individuale, il solo criterio che secondo un diffuso senso comune permette di distinguere il bene dal male. Je consens, donc je suis, come dice Michela Marzano: acconsento, dunque sono. Un simile cambio di registro consente di modificare radicalmente lo status – e dunque la percezione – della surrogazione di maternità. Davanti non avremo più povere donne sfruttate, bensì generose donatrici. Si slitta così dallo sfruttamento all’altruismo, dal mercimonio al dono. Un capolavoro di propaganda. Anche Charamsa mostra di aver imparato in fretta la lezione, accodandosi al coro di quelli che presentano l’utero in affitto come un dono amorevole.

Funziona? Pare di sì. Basta vedere come Nichi Vendola ha avuto facile gioco («Ti sembrano poveri?») nel mostrare al già compiacente cronista di Repubblica la confortevole abitazione della madre “portatrice” di Tobia, il piccolo avuto grazie a una costosa Gpa.. È evidente: la gestatrice di Tobia, che vive in un quartiere residenziale di Sacramento, non appare proprio la Cenerentola confinata in qualche disgraziato slum del terzo mondo…

Tutto normale allora? Non proprio, perché così facendo si rivela la reale anima dietro la prassi dell’utero in affitto: l’eugenetica. E qui torniamo a Sandel, il quale mostra come sia l’«etica del miglioramento» propria dell’’eugenetica a richiedere che ci si rivolga, per la compravendita di ovuli e utero, a “donatrici” tutt’altro che indigenti.

C’è da aspettarsi al contrario che i fruitori della Gpa preferiscano attingere a un mercato di donne più intelligenti e istruite. Più appetibili per la “free-market eugenics” sono proprio le donne sane e forti, non le malsane e le deboli (espressione dei ceti di “minorati”, i defectives, come li chiamavano gli eugenisti d’inizio Novecento). Più si è facoltosi, meno ci si rivolgerà a donne delle classi sociali inferiori se si aspira a migliorare la composizione genetica del figlio-prodotto.

Non lo fareste anche voi? Se la vostra preoccupazione primaria fosse quella di “progettare” un figlio non vi ingegnereste in modo da scegliere il meglio per lui? E se l’unica maniera di “fabbricarlo” fosse quella di acquistare ovuli e affittare un utero non cerchereste di procurarvi i servigi della donatrice col miglior patrimonio genetico (almeno per evitare malattie congenite) e della gestatrice più in salute? Oppure vi rivolgereste a donne malnutrite, malaticce? E potendo scegliere, cioè avendo a disposizione un ricco budget economico, non cerchereste una “donatrice” nella upper class euro-occidentale invece che tra i poverissimi di qualche baraccopoli terzomondiale? Perché, se esistono fabbriche di automobili migliori o peggiori, questo non deve valere anche per le fabbriche di bambini?

Spira un’aria cattiva attorno a questa prassi, un lezzo che marca incontestabilmente la presenza di quelle officine nelle quali – come diceva Nietzsche – si fabbricano ideali che esalano unicamente fetore di menzogne.

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