La guerra biopolitica

pro-life-march-washington-dcdi Andreas Hofer

Quello che giorno dopo giorno si sta formando sotto i nostri occhi è un nuovo sistema della «menzogna organizzata», avrebbe detto il grande dissidente Aleksandr Solženicyn. Tuttavia c’è una differenza sostanziale rispetto ai totalitarismi novecenteschi: il nuovo totalitarismo della “società radicale di massa” si presenta in veste chic. È una tirannide dal volto umano, civilizzata, che volendo apparire ludica e amabile può permettersi anche una governance confidenziale. La civiltà tecnologica permette l’adozione di strategie di dominio più diversificate e sofisticate; l’esercizio del potere non ha più bisogno di manifestazioni roboanti.

Di fronte abbiamo quel nuovo ordine politico, economico e culturale che ha omologato sotto l’egida di un pensiero unico tanto la sinistre quanto le destre. Lo scrittore Juan Manuel De Prada lo ha denominato “Mátrix progre”, il Matrix progressista.

Come tutti i totalitarismi, il “Matrix progressista” cerca di convertire le persone in massa disponibile alle modificazioni dell’ingegneria sociale. Ma prima di trasformare la persona in massa occorre che essa sia ridotta a pura individualità. Tutte le ideologie, ha fatto notare Hannah Arendt, cercano pertanto di dare vita alla più assurda e innaturale delle astrazioni: il mito di un «individuo puro», un essere emancipato da ogni legame, privo di relazione con qualche suo simile.

Un simile progetto viene perseguito secondo una duplice modalità. Da un lato si isolano tutti coloro che vengono additati come “nemici” della nuova tavola di valori politicamente corretta dei “diritti civili”. Diffamati e scherniti senza pietà sul piano personale, le loro idee sono abitualmente presentate come anticaglie inservibili e desuete.

Nel totalitarismo 2.0 a questa opera di violenza psicologica provvede il terrorismo morale martellante e generalizzato dell’apparato mediatico, in cui la menzogna organizzata già ora appare soverchiante (pensiamo, in prospettiva, cosa sarà dopo la fusione Espresso-La Stampa). Qui il Matrix accantona la maschera benevola per palesare il suo vero volto, feroce e aggressivo come ogni potere allo stato puro.

Lo scopo è quello di isolare i dissidenti dal corpo sociale, rappresentandoli come alieni estranei all’umanità. L’individuo sottoposto alla pressione della gogna mediatica sperimenta invece un senso di profonda vergogna, di perturbante inadeguatezza.

In secondo luogo viene aggredita la vita privata, in particolare i legami famigliari, sempre più ridotti a rapporti di tipo contrattuale, astratti. Sempre più ogni rapporto diventa liquido e precario, svincolato dalla cultura del dono, dell’incondizionato, dell’irrevocabile. Anche i legami più intimi diventano oggetto di scelta individuale. Questa offensiva spezza un altro tipo di legame, e non di minore importanza: il legame simbolico dell’uomo con la realtà circostante. Ciò istilla un senso di estraneità nei confronti del mondo. La finalità è quella di indurre un profondo senso di alienazione.

Sono devastanti gli effetti prodotti da questa opera di destrutturazione. L’uomo sottoposto a questo duplice assalto sente infatti di essere sradicato (cioè di non avere un posto riconosciuto e garantito dai propri simili) e superfluo (ovvero di non appartenere al mondo).

La de-realizzazione dell’uomo

Il totalitarismo non fonda tanto il suo potere su militanti fanatizzati quanto su individui de-realizzati, sconnessi dalla realtà. Il suddito ideale del regime totalitario è un individuo isolato, privo di legami coi suoi simili e soprattutto con la realtà, un uomo per il quale non esiste più la distinzione tra realtà e finzione, tra vero e falso. Il totalitarismo non si limita a nascondere la realtà: la destituisce, getta il sospetto sulle apparenze.

Questa opera di virtualizzazione della realtà è precisamente quanto persegue il “Matrix progressista”, che si prefigge la costruzione di un «uomo nuovo». Si tratta, dice De Prada, di «un lavoro di ingegneria sociale consistente nell’uniformare gli individui, convertendoli in una massa amorfa, indistinta e facilmente modellabile».

In confronto agli esperimenti politici che hanno funestato il Novecento, la Matrice dispone di mezzi assai più raffinati e «chirurgici» per portare a compimento il proprio lavoro di «mutilazione umana». In primo luogo la pratica di «svincolamento» (désvinculación) dell’individuo, con la quale il Matrix progressista si prefigge di annichilire la natura individuale e dis-sociare la persona col «cancellare dal «disco fisso» dell’individuo ogni senso di appartenenza, spezzando quei vincoli di cui necessita per rendersi intellegibile».

Il Matrix «ha esaltato l’uomo fino all’adorazione, dandogli l’opportunità di trasformare i propri interessi e i propri desideri in libertà e diritti, che però non sono più inerenti alla sua natura, ma diventano “gentili concessioni” di un potere che li consacra legalmente». Negando l’esistenza di una natura umana la «nuova tirannia» tramuta infatti i diritti umani in costruzioni politiche relative alla congiuntura del momento, presentandosi poi come deus ex machina che graziosamente concede quel che ciascuno rivendica in forza di un’identità autodeterminata: gli individui sono così resi totalmente dipendenti dal Matrix.

Una nuova forma di conflitto sociale

Il momento è epocale. Tradizionalmente la scienza politica distingue, nel processo di formazione dello stato nazionale, cinque fondamentali fratture sociali: centro-periferia, stato-chiesa, città-campagna, imprenditori-operai, destra-sinistra.

La propaganda massmediatica vuole convincerci che un nuovo conflitto sia scoppiato: la guerra di una maggioranza di “etero” che cerca di difendere gelosamente i propri privilegi escludendo dai diritti una minoranza di “omo”.

La vera natura del conflitto, neanche a dirlo, è un’altra. Oggi, nel momento in cui per ammissione unanime lo stato nazionale è entrato in crisi, si è aperto un nuovo e inedito fronte: il conflitto biopolitico, dove ad essere contesa è niente meno che la funzione procreativa, fino a ieri appannaggio naturale della famiglia.

Con le nuove tecnologie della riproduzione si è intensificato il pressing per espropriare la famiglia della procreazione. È la somma ingiuria al proletariato, il ceto di coloro che possono contare unicamente sulla propria prole, gli ultimi, i minores della società, i disprezzati dalle aristocrazie.

Le vecchie élites dei rivoluzionari di professione avevano stretto un’alleanza strumentale col proletariato, calcolato quale massa d’urto (una sorta di esplosivo sociale) per lucrare il potere.

Oggi l’antica alleanza col proletariato è stata spezzata e tramutata in guerra aperta. Attualmente l’imperativo delle élites al potere sembra essere quello di disegnare una geometria familiare a “tasso variabile”. È in questo contesto di famiglia “ad indicizzazione statale” che assume centralità la questione del matrimonio omosessuale. L’obiettivo è scorporare la generazione degli esseri umani dalla sessualità. Ecco perché occorre una unione legata non più alla differenza sessuale uomo-donna (la sola che abbia potenza generativa) bensì all’orientamento sessuale, molteplice e variegato, indifferente al sesso biologico.

Sono eloquenti in questo senso i tentativi di imporre l’asettica nomenclatura di “genitore 1” e “genitore 2”. Con la conversione delle relazioni primarie in trama asessuata si produce nient’altro che la funzionarizzazione delle reti di parentela. La scissione tra identità sessuata e filiazione risolve il vincolo genitore-figlio in funzione astratta (“genitorialità”, “parentalità”). Alla cancellazione della concreta individualità del pater e della mater segue così, alla stregua di una funzione matematica dove la “variabile parentale” può assumere un campo infinito di valori numerici, l’astrazione di una genitorialità “quantificata” e “a tasso variabile” (indicizzata alle disposizioni burocratiche).

Con la quantificazione, al contempo, della paternità e della maternità, ridotte a gender, a “ruolo” indifferenziato e perciò intercambiabile, potenzialmente assolvibile da qualunque funzionario pubblico, si prepara il terreno alla socializzazione delle “funzioni genitoriali”.

Si approssima il tempo in cui il matrimonio civile sarà abolito, sostituito da un Pacs flessibile e revocabile a piacere, aperto a un numero indefinito di contraenti, senza limitazioni di sesso, età, forse anche di specie.

La generazione di esseri umani diventerà invece una funzione sempre più esclusiva di una classe di proprietari dei “mezzi di ri-produzione”. Non necessariamente lo stato, ma chiunque possieda le risorse materiali e il know-how necessario, dunque anche privati facoltosi, anonimi potentati economico-finanziari, organizzazioni criminali, terroristiche, eccetera. L’uomo diventerà il figlio (o meglio il prodotto) di quelle entità infere che i Greci usavano chiamare Kratos (la Potenza) e Bia (la Forza).

È un processo in atto da tempo.

L’alleanza tecnocratica

Le élites politiche alla guida di questo programma di “ingegneria sociale” hanno trovato un formidabile alleato, all’insegna del comune orizzonte tecnocratico, nella cosiddetta “knowledge class”, il nuovo ceto di “color che sanno”. Si tratta di quei circoli di professionisti delle scienze umane (psicologi, sociologi, terapeuti, assistenti sociali, pedagogisti, consulenti familiari, e così via) in competizione diretta con la famiglia nel campo dell’offerta di “servizi sociali”. Di questa nuova classe fanno parte, a diverso titolo, gli schieramenti professionali di quell’immenso esercito ripartito tra il settore dell’istruzione, ad ogni livello, e quei rami di burocrazia pubblica e privata esperti nell’amministrazione di beni non materiali (“risorse umane”, “giustizia sociale”, “qualità della vita”, “educazione”, “integrazione sociale”, ecc.).

La “knowledge class” è una classe sociale di tipo nuovo. È una “classe culturale”. Più che nel reddito o nello status sociale – da questo punto di vista vi può essere anzi uno scarto rilevante, come ad esempio tra l’accademico autore di libri di successo e la maestra d’asilo poco remunerata – il collante di questa nuova classe è una cultura comune.

Le basi della “knowledge class” furono definitivamente gettate negli anni ’30, col “New Deal” inaugurato dall’amministrazione del democratico Franklin Delano Roosvelt (1882–1945). Fu lui ad affidare un ruolo di potere senza precedenti a intellettuali (sociologi, economisti, psicologi sociali) che andarono ad affiancare il potere esecutivo nella veste di consulenti e talvolta anche come responsabili diretti di uffici e amministrazioni.

Socializzazione della riproduzione

Non va sottovalutato il ruolo giocato dall’antagonismo antifamilistico di questi “patologi sociali” nel processo di deterioramento dell’istituzione familiare, giunto oggi a esiti drammatici. Con l’ascesa delle professioni assistenziali, all’inizio del XX secolo, fu l’intervento sempre più invasivo e incisivo di pianificatori e operatori sociali a contribuire in misura rilevante a quel fenomeno che Christopher Lasch (1932-1994) ha denominato “socializzazione della riproduzione”.

Con la “socializzazione della riproduzione”, sostiene Lasch, si consuma un processo analogo alla “socializzazione della produzione” con cui, durante il primo stadio della rivoluzione industriale, era stata scorporata dalla famiglia la produzione, rendendola collettiva. Il passo successivo sarebbe stato l’espropriazione della perizia e del sapere tecnico dei lavoratori, competenze affidate a un apparato di tecnici, ingegneri, direttori del personale, psicologi del lavoro. Fu così che «la socializzazione della produzione, sotto l’egida dell’industria privata, proletarizzò la forza lavoro nello stesso modo in cui la socializzazione della riproduzione proletarizzò la funzione paterna, rendendo la gente incapace di provvedere ai propri bisogni senza il controllo di esperti qualificati» (C. Lasch, Rifugio in un mondo senza cuore. La famiglia in stato d’assedio, Bompiani, Milano 1995, p. 26).

La famiglia, “diagnosticata” come covo di particolarismi refrattari alla concezione di “progresso sociale” della nascente “knowledge class”, non solo venne accusata di istituzionalizzare l’egoismo. Ne fu anche sottolineata la natura patologica. Tra le anguste mura familiari si annidava  minaccioso, si paventava, un focolaio di epidemie sociali.

La convinzione che la famiglia, incubatrice di devianze e disagi d’ogni specie, non fosse più in grado di espletare le proprie mansioni giustificò la proliferazione dei servizi sociali e delle professioni assistenziali.

Nelle sue formulazioni più radicali questo ideale tecnocratico di “famiglia ad autonomia limitata” si prefiggeva di delegare il controllo delle “funzioni genitoriali” alla “direzione scientifica” degli apparati di esperti qualificati.

Con un vero e proprio atto di confisca della potestà genitoriale, d’ora in avanti le burocrazie pubbliche e il management socio-assistenziale avrebbero provveduto a protocollare e a certificare la “qualità professionale” delle autorità familiari.

Il rapporto tra le famiglie e i professionisti, perciò, è sempre stato conflittuale. Lo schieramento professionale condivide una comune concezione manageriale, efficientistica e antiorganica della società. La preminenza, secondo questa prospettiva imbevuta di positivismo sociologico, spetta all’individuo, considerato la cellula di base della società, e ai bisogni fondamentali a lui associati. La famiglia, in quest’ottica individualistica, è un ente deputato a soddisfare questi bisogni. Si può tranquillamente dire che essa appaia, nell’opinione comune della “knowledge class”, come una sorta di agenzia erogatrice di servizi sociali per l’individuo. Servizi che, in linea di principio, potrebbero anche essere forniti da altre istituzioni ad essa concorrenziali, a cominciare dallo stato, dalle agenzie professionali, e così via.

Tra la famiglia e gli apparati professionali vi sarebbe dunque solo una differenza di grado, non di genere (nella versione volgarizzata, ad uso nazionalpopolare, questa idea si esprime nello slogan secondo cui per crescere i figli “basta che ci sia l’amore”).

Le famiglie infatti, sempre secondo la weltanschauung tecnocratica della “knowledge class”, offrono di fatto ai propri “componenti-utenti” solo una maggiore quantità di servizi sociali rispetto alle altre “agenzie di servizi”, ma non necessariamente forniscono servizi di migliore qualità.

La knowledge class è anche il risultato di interessi piuttosto concreti. Una porzione assai ampia della nuova classe  si trova alle dirette dipendenze dello stato, impiegata nel settore pubblico, oppure indirettamente, tramite sovvenzioni, consulenze et similia. Essa ha dunque un interesse immediato al mantenimento e sviluppo di politiche di welfare state e, in linea generale, all’interventismo dello stato nella società.

La programmazione dell’uomo

È facile capire che svincolare la “genitorialità” dall’identità sessuata offre infinite prospettive di impiego a questa classe di specialisti, pronti a supplire con la loro tecnica professionale al “deficit qualitativo” dei “servizi sociali” forniti dalle famiglie, eventualmente anche in un ruolo di “paternità surrogata”, subentrando ai padri e alle madri nell’esercizio della “funzione genitoriale”.

Le nuove tecnologie della riproduzione (fecondazione assistita, clonazione, utero artificiale) sono il naturale prolungamento di questo disegno tecnocratico.

La guerra biopolitica lanciata dall’alleanza tecnocratica mira ad acquisire il pieno controllo sulla procreazione, destinata a diventare sempre più il frutto di una programmazione razionale: s’avanza l’uomo programmato.

La guerra biopolitica

Ora, appare evidente che questa specie di incubo collettivo, portato avanti in Italia da una classe politica che ha al suo vertice soggetti che spendono senza vergogna il loro cattolicesimo immaginario al servizio di una macchina propagandistica, non può in alcun modo essere fronteggiato da una presenza spontanea e disorganizzata, imperniata sulla sola buona volontà di una rete di famiglie, guidata da un comitato di personalità qualificate ma pressoché digiune di esperienza politica (una specie di riedizione del partito dei notabili di ottocentesca memoria, adatto forse a una società a suffragio ristretto ma assolutamente insufficiente nel 2016).

I padri e le madri di famiglia che hanno innervato il popolo del Family Day non sono in alcun modo assimilabili a militanti o a attivisti di partito, formati e disciplinati nelle sezioni, allenati a sostenere il peso psicologico delle frustrazioni, a sopportare le inevitabili delusioni delle sconfitte politiche. È realistico poi pensare che si possa fare un Family Day di successo (almeno come presenze numeriche) ogni sei mesi? Una sollevazione solo morale, anche se numericamente consistente ma senza un collegamento politico in Parlamento, può essere agevolmente bypassata (come ha dimostrato il ddl sulle unioni civili) dal cinismo arrogante e dal calcolo opportunistico del potere.

È facile ipotizzare che la potenza di fuoco mediatica del Matrix, unita al potere politico, provvederà nel tempo a sfiancare il morale dell’eroico popolo del Family Day sommergendolo di frizzi e lazzi. A ricacciare nel privato le famiglie provvederà poi il contesto sempre più ostile nei loro riguardi, unito alle prevedibili difficoltà economiche (il futuro non prospetta nulla di buono). Se un ipotetico Family Day IV dovesse rivelarsi un flop, tutti i giornali, le televisioni e la radio apporrebbero con voce unanime la pietra tombale sulla resistenza delle famiglie.

Pertanto ha perfettamente ragione l’acuto Fabio Torriero di IntelligoNews: comporre i pezzi del puzzle renziano delinea un disegno politico all’insegna dell’autoritarismo monocratico (camera unica, partito unico, maggioranza unica, televisione pubblica in mano al governo) e dell’antifamilismo libertario (divorzio breve, ius soli, depenalizzazioni, adozioni gay, unioni civili, eutanasia, libera droga, snaturamento del credito popolare, eccetera). È il quadro della “società radicale di massa” preconizzata negli anni Settanta da Pasolini e Del Noce.

Serve (anche) una risposta politica

Siamo in guerra, la guerra biopolitica. E per combattere una guerra occorre una forza politica, non basta solo una forza morale. È una verità che George Orwell, uno che di totalitarismi se ne intendeva, ha messo nero su bianco: «I governi autoritari hanno una tolleranza sconfinata nei confronti della «forza morale»; ciò che temono è la forza fisica» (che nel nostro caso va tradotto con “forza politica”, capacità di raccogliere voti e costruire progetti alternativi a quelli del Matrix progressista).

È anche il senso della critica aspra che il succitato De Prada ha rivolto al movimento per la vita spagnolo e che, nelle sue linee essenziali, può essere estesa anche al movimento pro famiglia. La critica di De Prada, paradossalmente, prende le mosse da quello che è stato salutato come un successo della cultura pro-life. Nel 2015 il Partito popolare spagnolo è riuscito infatti a riformare parzialmente la legge sull’aborto voluta cinque anni prima dal governo socialista di Zapatero, reintroducendo l’obbligo per le ragazze di 16 e 17 anni di avere il permesso dei genitori per abortire.

Eppure una simile riforma solo in apparenza è restrittiva, per la semplice ragione che «essa rinforza l’idea dell’aborto come atto di mera disposizione della volontà. Quando a una minorenne si richiede il consenso del papà per abortire stiamo affermando che per abortire è sufficiente avere la capacità giuridica, come per contrarre una qualunque obbligazione o esercitare un qualsiasi diritto di natura civile; e che, una volta soddisfatto questo requisito dell’età legale (o sanato dal consenso paterno), l’atto di abortire si costituisce come un puro atto della volontà, come sottoscrivere una polizza o comprarsi un’automobile. Che una minorenne possa abortire o meno col consenso del papà è un fatto irrilevante che serve soltanto (alla maniera di un MacGuffin) per distrarre l’attenzione degli utili idioti dal fatto sostanziale, che è l’eliminazione di una vita in gestazione».

In realtà, fa notare De Prada, questa riforma non è altro che un’astuzia che contribuisce a infiacchire il giudizio etico dei cittadini, cioè la base ideologica sulla quale il nuovo totalitarismo vuole edificare il proprio progetto di ingegneria sociale.

La vittoria di Pirro della riforma della legge Zapatero, che in alcun modo  intacca il suo nucleo essenziale, porta a scontrarsi con una dura realtà: il fallimento innegabile del movimento pro vita, «che per decenni ha predicato che l’aborto non è una questione politica, ricorrendo ad argomenti sentimentalistici e a vaghi appelli al diritto naturale che oggi nessuno comprende, precisamente perché l’attuale ordine politico si regge sull’abolizione del diritto naturale. Per combattere i presupposti dottrinali su cui si fonda l’aborto occorre propugnare un nuovo ordine politico, che è quanto il movimento per la vita non ha saputo fare, cercando di mantenersi in un assurdo (perché inesistente) ambito «apolitico» […]; la dura realtà è che poi, giorno dopo giorno, noi che difendiamo la vita nascente siamo percepiti, per via del clima della nostra epoca, come fanatici fetenti oltre che inumani».

Il fatto è che «la difesa della vita nascente senza la designazione di un ordine politico che la accolga in maniera ospitale risulta incomprensibile. Per ribellarsi contro l’aborto occorre, prima di tutto, ribellarsi contro un ordine economico fondato sulla convinzione che il miglior modo di disporre di masse rincretinite e incapaci di lottare contro una condizione lavorativa opprimente sia fare sì che queste masse abbiano pochi figli, perché chi non ha figli per cui lottare finisce per rinunciare alla lotta. Per ribellarsi contro l’aborto bisogna spiegare alla gente che l’aborto, come tutti i “derechos de bragueta” [i “diritti di bottega”, nel senso di “cerniera dei pantaloni”; è l’espressione con cui De Prada indica le libertà trasgressive: adulterio, divorzio, pornografia, contraccezione, aborto; NdC], sono astuzie del sistema per fare in modo che le ingiustizie sociali risultino meno opprimenti. E che tutta l’impalcatura ideologica su cui l’aborto si sostiene è, in ultima istanza, conseguenza del concetto liberale di libertà, che esorta l’uomo a disfarsi di tutti gli impedimenti che ostacolano o limitano il processo di potenziamento della sua individualità sovrana».

L’ideologia di genere e il poliamore sono sottoprodotti di questa cultura, pertanto «combattere le derivazioni senza attaccare il nucleo è come arare nel mare», avverte lo scrittore. È così, dunque: «la battaglia contro l’aborto può essere efficace solo se si inserisce in una battaglia di natura politica. Tutto il resto è cercare grottescamente ciò che viene dato «in più» trascurando la ricerca primaria del «regno e la sua giustizia». Ma a chi non cerca prima il regno e la sua giustizia anche il più sarà negato».

Sono parole da tenere a mente. Un’opposizione politica avrà speranze se riuscirà a collegare i temi della famiglia ai guasti sociali ed economici prodotti dal Matrix progressista, se saprà risvegliare le coscienze addormentate dalla narcosi dei “diritti di bottega”. Non basta alzare la bandiera ideale della famiglia, occorre far capire che una famiglia sana è nell’interesse di tutti e di ciascuno, nessuno escluso. 

Distinguere per unire

Che fare, dunque? Le parole più sagge, in questi giorni convulsi, le abbiamo lette in articolo di Francesco Agnoli sulla Nuova Bussola Quotidiana: il Popolo della Famiglia (PDF) e il Comitato Difendiamo i Nostri Figli (CDNF) combattono la stessa guerra con differenti modalità operative. Il PDF si muoverà nella sfera politica, l’azione del CDNF si concentrerà invece sul piano civile, sociale, culturale, per sensibilizzare e mobilitare le coscienze a favore della famiglia. PDF e CDNF possono e devono coesistere, rimanendo realtà distinte (non divise) ma comunicanti, unite da uno scopo comune.

L’unica speranza sta nella cooperazione. Perché se sullo spirito di comunione avrà la meglio il solito campionario delle piccole meschinità umane (ripicche, invidie, intrighi bizantini, antagonismi, particolarismi) ne andrà di mezzo la guerra biopolitica, peraltro già gravemente compromessa da decenni di immobilismo e dal collasso del cattolicesimo politico (la cui sudditanza è giunta al punto di presentarsi come la punta avanzata del radicalismo di massa).

(La Croce Quotidiano, 8 marzo 2016)

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4 commenti

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4 risposte a “La guerra biopolitica

  1. Una piccola noterella integrativa, visto che in sei mesi è passata diversa acqua sotto i ponti. L’auspicio finale (“divisione del lavoro” tra Pdf e Cdnf come unico modo per procedere uniti seppure nella distinzione) non si è realizzato per due ordini di motivi almeno:

    1) Il Cdnf non ha circoscritto affatto la sua azione al campo culturale – e dunque prepolitico – ma si sta muovendo in maniera politica. Una politica a-partitica, extraparlamentare, la si chiami come si vuole ma sempre azione politica rimane. Giocando sullo stesso terreno gli scontri sono inevitabili. Se io gioco a hockey su ghiaccio e tu a pallavolo non ci scontreremo mai su un campo di gioco. Se però tu ti metti i pattini e scendi sul mio stesso terreno puoi pure strillare che in realtà stai giocando ancora a pallavolo. Non è altro che pura retorica: i fatti parlano e giocoforza entreremo in contatto. Possiamo essere “distesi” quanto vogliamo: sarà la dinamica stessa del gioco a produrre la tensione. Se non si capisce questo si riduce tutto a una bega tra ragazzini, condannandosi a non capire nulla e a moraleggiare auspicando una impossibile “unità” tra Pdf e Cdnf. Non è così: tra le due realtà c’è un conflitto politico. Poi ci sono giocatori che giocano in maniera più irruenta, altri che giocano più di fino, ci sono quelli che giocano ai limiti del regolamento, altri che sono maestri di fair play. Ma questo fa parte del gioco. Non è questo il punto.

    2) Il Cdnf sta palesemente cercando di stringere un’alleanza col liberalismo “di destra” (quello del “mercato”, pensando che possa contrastare il liberalismo dei “diritti” militante perlopiù a sinistra) cercando di ricavarsi al suo interno una sezione di rito pro-life e pro-family. Un errore enorme, conseguenza di un colossale errore di analisi che si protrae ormai da anni senza alcun successo significativo: per la legge 40, pubblicizzata come il più grande “successo” di questa alleanza, vale lo stesso discorso di De Prada sulla nuova legge “pepera” in materia di aborto: la legge 40 incorpora il principio che la vita umana sia una “cosa” riproducibile tecnicamente, limitandosi a mettere qualche paletto morale assolutamente inessenziale. Un’ottica compromissoria che non affronta il nemico di petto e che alla prova dei fatti si è rivelata perdente (anche i “paletti” sono stati divelti uno dopo l’altro dalla “giurisprudenza creativa” egemonizzata dal pensiero unico del Mátrix progre).

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    • Secondo me non doveva esserci divisione.
      Il CDNF sta portanto avanti un lavoro pre-politico importantissimo e se nei vari partiti esistenti ci sono anime che collaborano e hanno a cuore veramente le istanze che ci hanno portato in piazza, penso sia un fatto molto positivo.
      Il Popolo della Famiglia è sicuramente un movimento necessario ma, a mio avviso, partito troppo presto, in tempi non ancora maturi perché quello che manca è la cultura della famiglia che va ricostruita da quello che c’è (mia opinione ovviamente).
      Lo sforzo di entrambi, comunque, è la parte migliore della storia: grazie a tutti!

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      • Serena, mi piacerebbe che fossi come dici. Non sai quanto. Sei mesi fa, come vedi, non auspicavo altro. Ma ormai è palese che il Cdnf NON sta facendo pre-politica. Se organizzo un convegno sulla differenza uomo-donna faccio pre-politica, se parlo della virtù della giustizia in politica faccio formazione, faccio cultura. Se vado a convention che fanno “scouting”, cioè sondano il terreno per vedere su che presupposti si può cercare di aggregare una nuova “cosa” di centrodestra, qui non sto facendo faccio cultura. Sto facendo politica. Altrimenti perché rifiutare analoghi inviti arrivati dai vecchi compagni di strada del Pdf? La risposta è chiara: si chiama “conventio ad excludendum” – nel nostro caso andrebbe bene anche con la enne finale :-P. In soldoni vuol dire: “sto cercando di farti fuori?”. Vuol dire che c’è spirito di competizione. E c’è competizione solo tra esemplari della stessa specie. Se il “pre-politico” Cdnf vede nel “politico” Pdf un qualcuno con cui competere questo vuole dire solo una cosa: che il Cdnf fa politica.
        Non lo è. Anche il Family Day era politico: se manifesto per chiedere il ritiro di una legge della polis sto facendo politica. Politica extraparlamente, ma sempre politica. Il Cdnf sta facendo lo stesso errore di alcuni nostri cugini francesi: settorializzare la dottrina sociale della Chiesa credendo di trovare una “sponda” nei Repubblicani. Gli esiti sono questi: http://www.lacrocequotidiano.it/articolo/2016/09/23/politica/cosi-la-manif-francese-perde-il-suo-ruolo

        E nel centro destra italiano non va molto meglio: https://www.facebook.com/massimiliano.amato1/videos/vb.1507107091/10207722588411846/?type=2&theater

        Inoltre è una strategia molto vecchia. È il progetto culturale del cardinale Ruini, che auspicava la formazione di un polo conservatore laico ma non laicista nel quale i cattolici potessero inserirsi e dialogare sui princìpi non negoziabili. Ruini voleva propiziare la nascita di un liberalismo alla Tocqueville. Un progetto che ha partorito la legge 40, che comunque non è assolutamente una legge accettabile sotto il profilo morale, ha garantito una certa libertà di movimento ai cattolici, ma poco più. Ora il cardinale Ruini non presiede più la Cei, il berlusconismo è in declino, i giornali di centro destra (Il Foglio, Libero, il Giornale) svillaneggianno il Papa un giorno sì e l’altro pure (spesso con il sostegno di penne “cattoliche” che sui temi della famiglia e della vita sono dalla nostra parte: peccato che con questi attacchi scriteriati dividano la Chiesa facendo così anche cattiva pubblicità a questi temi, che vengono creduti “tipici” solo di una fazione ecclesiale).
        Parisi, come avrai visto nel video, mugugna un po’ sull’utero in affitto ma è favorevole a stepchild e matrimonio omo. Così quando sarà pronta la tecnologia dell’utero artificiale, che soppianterà la Gpa come la conosciamo ora, anche questa riserva cadrà.

        Andando avanti così non ne usciremo mai. Il fatto è che un’ampia fetta del mondo pro-life e pro-family non coglie – o non vuole farlo – il legame essenziale che lega le due “anime” del liberalismo: il liberalismo del “diritto” e quello del “mercato”. Il nemico, si dice, è la rivoluzione sessuale del 1968 che ha inaugurato la dittatura del desiderio. Verissimo, ma solo in parte, perché il 1968 non ha fatto altro che distruggere gli ultimi contrappesi culturali e sociali che arginavano la mercificazione integrale dell’esistenza. In una parola, la cultura del dono, il legame sociale, ciò che costituisce il tessuto connettivo di una società. ll nemico oggi è l’individualismo che innerva tanto la sinistra quanto la destra. Anche il liberalismo alla Tocqueville non è sufficiente.

        Il Pdf è nato come è nato perché all’interno del comitato c’era già in precedenza questa spaccatura tra chi vuole continuare a fiancheggiare il centrodestra e chi si è reso conto che occorre uscire dalla dialettica destra-sinistra. Non basta, insisto, alzare la bandiera di un malato grave (la famiglia) se non c’è consenso sulle cause e sulla natura della malattia che lo sta uccidendo. La divisione post-Family Day nasce da qui.

        Non basta ricocstruire la cultura della famiglia, perché la famiglia è attaccata politicamente, a colpi di leggi. Occorre una forza che si opponga là dove si discutono e vengono approvate le leggi. La cultura della famiglia nasce anche da queste attività: la legge fa costume, crea cultura. È da decenni che facciamo cultura della famiglia, che organizziamo convegni. Non basta.

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