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Come la Clinton tenta d’infiltrarsi nella Chiesa

clinton-podestadi Emiliano Fumaneri

Wikileaks rivela le manovre dello staff di Hillary Clinton: creare associazioni di “cattolici adulti” per infiltrare la Chiesa e promuovere una rivoluzione culturale e dottrinale. Lo scopo e far accettare l’agenda liberaldem su contraccezione, omosessualità, gender. Ma ma non sono solo i Dem a cercare di manipolare l’insegnamento della Chiesa e il comportamento politico dei cattolici: per questi ultimi resta solo il dovere di «aprire una terza via». Continua a leggere

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La guerra biopolitica

pro-life-march-washington-dcdi Andreas Hofer

Quello che giorno dopo giorno si sta formando sotto i nostri occhi è un nuovo sistema della «menzogna organizzata», avrebbe detto il grande dissidente Aleksandr Solženicyn. Tuttavia c’è una differenza sostanziale rispetto ai totalitarismi novecenteschi: il nuovo totalitarismo della “società radicale di massa” si presenta in veste chic. È una tirannide dal volto umano, civilizzata, che volendo apparire ludica e amabile può permettersi anche una governance confidenziale. La civiltà tecnologica permette l’adozione di strategie di dominio più diversificate e sofisticate; l’esercizio del potere non ha più bisogno di manifestazioni roboanti. Continua a leggere

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Menzogna del dualismo

mteresadi Andreas Hofer

Il dualismo, non lo si ripeterà mai abbastanza, è malsano perché infrange la regola aurea della fede cristiana: l’et-et. Il dualismo segue la stessa metafisica del peccato: l’anti-comunione. Se il cristiano distingue solo per unire, il dualista separa per confondere e confonde solo per separare. La sua regola pertanto sarà l’aut-aut: fede o ragione, spirito o vita, divino o umano, giustizia o misericordia, natura o grazia. Continua a leggere

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Mienmiuaif: amici punk dal nome impronunciabile.

Mienmiuaif è un nome non solo impossibile da pronunciare (si parte sempre con le migliori intenzioni, di slancio, con fare solenne – “Questa volta è la volta buona, Lara, ce la puoi fare!” – per poi ricadere in un glissato appena percettibile all’orecchio umano) ma è pure complicato da scrivere correttamente. Anche per chi l’ha ideato, tanto da gettare la spugna e lasciare il nome storpiato.

Ma a noi questo tormentone piace e il suono comincia ad esserci familiare. Sillaba dopo sillaba stiamo facendo passi avanti. Con juicio, s’intende. Complici anche i due Mienmiuaif Day ai quali abbiamo recentemente partecipato; famiglia al completo, con occhiali da sole rigorosamente a portata di naso. E poco importa se a Verona eravamo in notturna.

Per la mezza dozzina di contatti che ancora non avesse il piacere di conoscerli, parliamo di un’allegra wedding band punk vicentina (“il duo con l’anello più noto in tutto il mondo”. Perfino in casa Veronesi).

Mi” sta per Giuseppe e “Miuaif” per la sua dolcissima moglie Anita, grande voce del gruppo e simpatia disarmante. D’altra parte non potrei proprio provare sentimenti differenti per chi condivide con me l’essere una cuoca “diversamente virtuosa” (a tal proposito, mio marito ha già pronto titolo e copertina di un mio ipotetico libro: “Preferisco la pizza a domicilio. Ovvero la genesi delle maniglie dell’amore”).
Il loro stile ci piace, la loro storia (alla quale rimando) ci affascina, la gioia vera che si sprigiona dai loro sguardi cristallini ci rassicura. Sono indubbiamente accattivanti. Il ritmo incalzante che dà vita a testi incredibilmente folli, ma autentici, riesce a mettere d’accordo le quattro anime della nostra famiglia, così sempre differenti e difficilmente conciliabili (“Ma come fanno a piacerti le olive?!” “Pensa a te e alle persone che stenderai con il solo sguardo dopo aver ingoiato il vasetto di cipolle!”). Ed è già un piccolo miracolo!

Piacc13775627_10207722963604530_3782066829740583412_niono al piccolo uomo di casa, così preciso, un programmatore dei minimi dettagli (all’inizio dell’estate, con una meticolositudine – sì, ogni tanto guarda pure i cartoni! – da far perdere la pazienza al più asceta degli stiliti, calcola la dose esatta di letture e compiti quotidiani. Vietato sgarrare, in eccesso o in difetto). Il loro stile lo coinvolge, tanto che dopo il concerto veronese, riponendo gli occhiali da sole nel cassetto, ha chiesto con fare preoccupato: “A quando il prossimo concerto?”. “In ottobre, sicuramente”. “In ottobre? Non prima? E cosa facciamo fino ad allora?”. Più volte l’abbiamo sentito canticchiare “Canzone Sessita”, una delle hit del gruppo (vi lascio immaginare la pronuncia di una bambino bolognese, quasi ottenne, con gli incisivi in crescita, che scrisse nel suo primo tema “pizza” con la doppia “s”).

Piacciono al grande uomo di casa, il pater familiae (verrò segnalata per aver utilizzato due termini così pericolosi in un colpo solo? In tal caso portatemi le arance. Meglio se con tranci di pizza fumante e bomboloni alla crema. Anzi, lasciate pure a casa le arance). E’ entusiasta del duo e non è raro incrociarlo per le vie del paese (il caldo gioca brutti scherzi, lo so) con improponibili occhiali a specchio – difficili da descrivere se non in termini poco caritatevoli o quanto meno affatto lusinghieri – mentre canta a squarciagola (ma mai una stonatura, naturalmente!) “Il pomodoro e la tazza di minestra”.

Piacciono alla piccola donna di casa, che in questo momento di pre-adolescemenza ha come sport preferito il “lancio della sfida”, del quale detiene – ne sono sicura – almeno il record del quartiere. Ieri, ad esempio, si vantava di ascoltare una playlist di Fedez. Peccato che dal lettore mp3, a tutto volume, si percepivano nitidamente le inconfondibili note del ritornello dell’ “Arca di Noè” che, tra l’altro, ha l’abitudine inconsapevole di cantare pure a luci spente mentre si prepara all’incontro con le braccia di Morfeo. (“Ti sei lavata i denti, prima di dormire?” “Mamma, lavarsi i denti non è per sembrare più contenti! Lo dice anche Anita! Non rompere!”).

Infine, piacciono a me. E non poco. Il loro stile mi prende, tanto che al mattino, canticchiando lungo i viali di Bologna mentre mi dirigo in ufficio, mi ritrovo a riscontrare che effettivamente “le foglie sono verdi e questo attimo qua è questo attimo qua”. E proseguo ben consapevole “che siamo solo di passaggio, siamo solo un piccolo assaggio”. E che la giornata lavorativa abbia inizio.

Sono affascinata, oltre che dall’attività musicale, dalla loro storia e da tutto quello che ruota attorno a questa incredibile coppia di amici. Dal blog, del quale seguo con trepidante attesa gli aggiornamenti, all’illuminante avventura della collana di libri “UomoVivo”, sotto l’egida del grande Chesterton e di altri indovinatissimi sponsor spirituali. Una garanzia! Già, perché questo è il secondo aspetto dei Mienmiuaif Day.

Confesso di amare molto la lettura ma di non riuscire mai a trovare un attimo per mettere in pratica i buoni propositi. E così capita che mi incuriosisca quando mi imbatto in mio marito, incanottierato alla Fantozzi, che si aggira per casa con in mano il terzo libro della collana, mentre alterna commenti del tipo “Questo Giuseppe è un genio!”, a fragorose risate (… ci è o ci fa? Sì, me lo sono chiesto in più di un’occasione! Mah … ai posteri – o, senza attendere tempo, ai vicini – l’ardua sentenza!).

Sono tre i libri finora pubblicati, scritti da altrettanti amici tra i più cari. Conferma che anche i social, se usati correttamente, possono rivelarsi strumenti preziosi per approfondire ottime conoscenze. Da Costanza in giù, quante belle amicizie hanno avuto origine grazie a quel lazzarone di Zuckerberg!

Tre libri gradevolissimi, che si divorano (questa è farina del sacco di quel librivoro che è mio marito), che racchiudono sacrosante verità, profonde riflessioni, a volta quadretti familiari che si imprimono nel cuore e nella mente (e che ti fanno dire: “Chi sono io per lamentarmi?”), tratteggiati con l’ironia tipica del grande Gilbert e con quella visione positiva di chi sa di essere realmente figlio di Dio.

13754680_10207764167194594_9037253167815624588_nTre amici così diversi ma così complementari. E tutti in prima linea nella buona battaglia a favore della famiglia e della vita, insieme alle rispettive dolci e fondamentali metà.

Giuseppe: barba da eroe risorgimentale (nome della moglie, pure); fa dell’umorismo l’arma vincente per sostenere con successo il “duello all’ultimo sangue” (= il matrimonio. Chesterton docet!).

Emiliano, lo scrittore dai due nomi (Andreas – come il celebre Hofer patriota tirolese – per i contatti social):  sguardo sornione dietro al quale si cela una mente sopraffina come poche. Lewis, autore delle prime Lettere di Berlicche, sarebbe davvero fiero di lui!

Paola: moglie, mamma straordinaria, blogger, giornalista, amicadicostanzamiriano. Bellezza disarmante da diva di altri tempi. Fede che la si taglia col coltello (se la incontri, non puoi rimanere indifferente. Sei quasi obbligato a metterti in gioco).

Stessi intenti, stili diversissimi. Apparentemente scanzonato il primo, ironicamente riflessivo il secondo, lama che incide il cuore la terza.

Mienmiuaif e collana UomoVivo. Due progetti ambiziosi di una coppia che non vive alla giornata ma che progetta accuratamente il proprio futuro, lasciandosi guidare dal Signore. Una coppia che si fida. E questo è garanzia di successo; il successo che conta veramente e non quello che dà il mondo. Una coppia che anche grazie “alle patate all’Anita” (che sono una specie di purè) aiutano gli amici a riscoprire la propria vocazione. Un modo di fare apostolato davvero accattivante e coinvolgente!

P1390612Gli amici. Sono davvero tanti quelli incontrati a Reggio Emilia e a Verona, provenienti da ogni dove. Profili dei social che improvvisamente si materializzano uscendo dallo schermo del telefonino. E che ti sembra di conoscere da una vita. Cosa che solitamente accade quando i valori che accomunano le persone sono i medesimi e si fondano sul Vero e sul Bello. Un’amicizia che sa accogliere e ascoltare l’altro, e che poco importa se è causa di svariati quarti d’ora accademici prima dell’inizio delle serate. D’altronde, gli abbracci da regalare (e i selfie da scattare in posizioni spesso diversamente ergonomiche) sono tanti, così come – a volte – le lacrime da asciugare o i cuori da consolare. Ed è un’amicizia contagiosa, che si diffonde come i cerchi nello specchio d’acqua di un lago quando getti un sasso. “Apostolato di amicizia e confidenza”, lo definiva San Josemaria.

Impossibile non tornare al proprio paesello con il desiderio di raccontare quanto vissuto ad altri amici e portarli la volta successiva. Perché i quadretti di vita quotidiana raccontati nelle canzoni o nei libri parlano certamente di loro … ma anche di noi e di voi. Le cose belle si raccontano, si condividono. Non potrebbe essere diversamente. Impossibile tenere questa ricchezza chiusa a chiave nel proprio cassetto dei ricordi.

C’è tanto bisogno di Bellezza in questa epoca condizionata da ogni sorta di male. E, ora più che mai, servono testimoni credibili disposti ad esserne portatori sulle strade del mondo. Giuseppe, Anita, Paola ed Emiliano si sono calati nella parte nel migliore dei modi.

Ecco perché siamo rientrati nella bassa bolognese, con il sorriso stampato sul viso e inciso nel cuore, riscaldati dall’amicizia più autentica (al di là dei 37°C percepiti in questi giorni, con tasso di umidità pari al 135%. All’ombra). Siamo rientrati con lo sguardo proiettato con fiducia sul futuro perché, nonostante tutto, nonostante ciò che accade nel mondo, nonostante ciò che ci raccontano e nonostante ciò che ci vogliono far credere, ancora c’è speranza, anzi Speranza.

Lara Tamp

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Il sacramento della libertà personale

bimbodi G. K. Chesterton

Il bimbo è il simbolo e il sacramento per eccellenza della libertà personale.
Egli è la volontà nuova e libera, a cui si aggiungono i voleri del mondo; egli e ciò che i suoi genitori hanno liberamente deciso di procreare e che liberamente scelgono di proteggere.
Possono sentire che tutte le emozioni che dona (e che sono notevoli) provengono realmente da lui e da loro, e da nessun altro.
È nato senza l’intervento di alcun padrone o superiore. È una creazione e un contributo: è il loro contributo originale alla creazione.
Egli è anche qualcosa di molto più bello, meraviglioso, emozionante e sorprendente di tutte quelle storie stantie o quelle canzonette jazz che sfornano le macchine.
Quando le persone perdono questa consapevolezza, allora vuol dire che non riconoscono più il valore delle cose fondamentali, e, di conseguenza, il senso della proporzione in riferimento al mondo.
La gente che preferisce i piaceri meccanici, a quel miracolo, è rozza e schiavizzata. Preferiscono la feccia della vita alla prima sorgente della vita. Preferiscono l’ultima, deforme, distorta, di seconda mano, ripetitiva e spossata realtà di questa nostra civiltà capitalista in declina, a quella realtà che è l’unica fonte di rinnovamento per una qualsiasi civiltà.
Sono loro che si compiacciono delle catene della loro antica schiavitù; è il bimbo colui che è pronto per il nuovo mondo.

(G. K. Chesterton, Un bimbo, in Perché sono cattolico (e altri scritti), a cura di A. Colombo, Gribaudi, Milano 2007, pp. 133-134)

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Il vero volto dell’utero in affitto

sandeldi Andreas Hofer

Davvero illuminante quanto scrive Michael J. Sandel in Contro la perfezione (Vita e Pensiero, 2008) sull’equivalenza morale (o immorale) tra la vecchia eugenetica (coercitiva, collettiva, di stato) e la nuova eugenetica “liberale”, fondata sulla scelta individuale e sul libero mercato.

Per Sandel l’eugenetica su base individuale non è affatto migliore della prima per il fatto di essere volontaria.

Ho pensato subito a lui dopo aver ascoltato per l’ennesima volta l’argomento usato dai partigiani dell’utero in affitto, impegnati a respingere obiezioni e critiche evocando la surrogazione “altruistica” come atto di “generosità” da parte di eroiche filantrope, ansiose di donare il proprio utero per realizzare gli altrui sogni di “genitorialità”. Ci viene raccontata un’altra storia, più tranquillizzante per un uditorio occidentale, nella quale non si dà alcuno sfruttamento di povere donne costrette a affittare il ventre o a cedere ovuli per via dell’indigenza in cui versano. Continua a leggere

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Quell’alleanza tra efficientismo e perversione

HIDRA«Le persone non sono cose». È lo slogan che Mario Adinolfi ripete senza posa.
E lo fa a ragion veduta, perché oggi effettivamente la cultura dominante ci invita, sempre più apertamente, a considerare le persone come cose di cui godere. Di recente Massimo Recalcati ha esaltato su Repubblica la perversione giacché essa, afferma il noto psicoanalista, rivela agli uomini la legge del godimento, principio ordinatore dell’esistenza.

Recalcati così dà ragione ad Adinolfi. Perché, in fin dei conti, cos’è la perversione?
Lo apprendiamo da un collega di Recalcati, Franco De Masi: «Per la psicanalisi, in ogni perversione c’è un processo di degradazione dell’oggetto d’amore, che trasforma la persona in una cosa». Continua a leggere

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La genesi del terrorismo suicida come le sorgenti del Nilo

kenya_1605259Nella sua prima giornata in Kenya papa Francesco ha pronunciato un discorso alla State House di Nairobi, dove era stato accolto dalle autorità del Paese e dal Corpo Diplomatico. Il Papa, nel ricordare ai politici il loro ruolo indispensabile nella promozione del bene comune, ha sfiorato uno dei temi più classici della filosofia politica: l’integrazione (o coesione) sociale. Come costruire un ordine sociale caratterizzato da una ragionevole armonia tra i differenti settori e livelli della società, da relazioni stabili tra individui e gruppi, da una convivenza pacifica anche in presenza di conflittualità politica, economica e culturale? A nessuno può sfuggire l’importanza di una simile attività e si capisce bene perché la politica volta a costruire un simile ordine si possa ben definire, con le parole di Paolo VI, come la “più alta forma di carità”. Continua a leggere

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Certa discriminazione

Mezzanello a casa con la gastrointerite: quindi nottata piuttosto inquieta. Con conseguente accumulo di ulteriore sonno da recuperare che si va a sommare alla dose già accantonata di quello arretrato (dovuto, lo confesso, a tutti quei “sono un po’ stanchino: stasera vado a letto presto” rimasti, giorno dopo giorno, sistematicamente inevasi).

Comunque: stamattina solita scena da risveglio dei morti viventi, perciò consueta disorganizzatissima preparazione dei pargoli per scuola/asilo, usuale colazione trangugiata in corpo unico (quindi senza neanche sentire che sapore avesse) ed uscita di casa nell’abituale, mostruoso, ritardo.

Fattostà che una volta portato il figlio maggiore a scuola mi accorgo di aver lasciato la sua cartella a casa (però l’orsacchiotto della pargoletta me lo sono ricordato!): è lo stesso erede che me lo fa presente, a voce squillante ed ovviamente davanti a tutto il consesso di insegnanti, genitori e preside, che affollano, come ogni mattino, l’atrio dell’istituto.

Schermata 2014-06-16 alle 09.17.36-2Ancora indeciso se diventare paonazzo per la vergogna o pallido cadaverico per l’apprensione dell’altrui giudizio, mi guardo velocemente intorno implorando pietà con gli occhi già illanguiditi grazie ad un riflesso condizionato acceso dall’istinto di conservazione (tipo l’espressione commovente del gatto con gli stivali di Shrek, per intenderci), e intorno a me vedo i pochi padri presenti scuotere sconsolatamente la testa in segno di muta solidarietà, le molte altre madri sogghignare velatamente con espressione di malcelato compatimento (come dire: sei un uomo, cos’altro ci si può aspettare da un maschio?), per ricadere infine sul volto enigmaticamente inespressivo delle insegnanti.

A quel punto, non riuscendo più a sostenere la tensione del momento, esplodo in una patetica confessione, attribuendomi tutta la colpa di quell’ignobile dimenticanza.

E rimango confortevolmente sorpreso per l’inaspettata clemenza di cui vengo fatto oggetto da parte di tutte le maestre e della stessa preside davanti a quel mio gesto estremo. Tuttavia, notando gli sguardi in cagnesco delle madri presenti alla scena, maturo il sospetto che se fosse stata una mamma a combinare il medesimo pasticcio sarebbe stata trattata con meno favore: quasi come se da un uomo ci si aspettassero determinate negligenze in ambiti di retaggio usualmente femminile (un po’ come la rassegnata compassione maschile alla vista di una donna in palese difficoltà di manovra durante un parcheggio).

Abbandonando repentinamente ogni elucubrazione però, seppure incerto se essere lusingato o rattristato dalla situazione, stamane, a scanso di ogni ulteriore rischio, ne ho approfittato per defilarmi alla chetichella. Ma mentre sgommavo via in macchina (per mettere più distanza possibile tra me e la scuola, prima che qualcuno notasse la mia assenza), mentalmente ripassavo la lezione appresa dall’episodio, concludendo come davvero, ed una volta di più, persino nei più banali frangenti del quotidiano si possa riscontrare la cristallina ovvietà di un fatto: che maschi e femmine sono diversi.

Andrea Torquato Giovanoli
https://andreatorquatogiovanoli.wordpress.com/

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L’ amore declinato

L’amore non basta.

Io pensavo di sì; pensavo che alla fin fine tutto ciò di cui avesse bisogno un figlio per essere felice fosse l’amore, ed invece no: l’amore soltanto non è abbastanza. O quantomeno: un amore “sui generis” non è sufficiente.

Io me ne sono reso conto solo con l’arrivo in famiglia della prima figlia femmina: osservando le molteplici differenze tra lei ed i suoi fratelli, che non si limitano soltanto alla diversa anatomia (come quando, dopo aver cambiato pannolini a quattro figli tutti maschi, risciacquando le pudenda ignude della piccolina, rimani ogni volta perplesso dall’indefinita sensazione che manchi qualcosa), ma soprattutto prendendo coscienza delle loro diverse necessità, e nello specifico della differente modalità di approccio nel relazionarsi con te genitore.

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E così, frequentando i tuoi figli, inizi a comprendere come il tuo amore di padre per loro non possa limitarsi ad esprimersi indistintamente, ma vada declinato personalmente, anche a seconda del loro essere maschietti o femminucce: poiché mentre sul cuore dei primi preme urgente il desiderio, anzi, la necessità di ottenere il tuo fiero compiacimento, il cuore delle seconde agogna invece al tuo sguardo esclusivo su di esse.

Come padre scopri allora quanto si renda necessario tenere desto il tuo di cuore, nell’accondiscendere a quell’esperienza che ti detta le modalità attraverso cui esprimere il tuo amore per i tuoi bambini, anche secondo la loro appartenenza di genere: ai tuoi piccoli supereroi cercherai di dimostrare ad ogni occasione che ti si presenta quanto il loro papà sia orgoglioso di loro, mentre alla tua principessina non farai mai dubitare che le vuoi bene, ed in un modo speciale, nemmeno quando la sgridi, neanche quando le somministri un castigo.

Ecco perché non è vero che “l’amore è Amore”, poiché per quella natura dell’uomo ferita dal peccato originale spesso si spaccia per amore ciò che amore non è, ed il rischio è quello di finire ad equivocare il sentimento con il sentimentalismo. Giacché l’amore, quello vero, è pronto anche a disciplinarsi per ottenere il reale bene dell’amato, declinandosi anche nel sacrificio di una spontaneità imbrigliata per guadagnare all’altro la sua personale felicità.

Siccome, in quanto padre, ti ritrovi investito di un ruolo di alta responsabilità: sei per la tua prole la prima immagine che essa ha di Dio ed anche nell’amarli devi perciò cercare di riverberare l’Amore di quel Padre di cui sono originariamente figli.

Allo stesso modo in cui pure l’Altissimo non ama indifferentemente, ma versa il suo amore su ciascuno individualmente, declinandolo secondo la sua capacità ed il suo fabbisogno, e ce lo ha ben dimostrato nella Sua Rivelazione: ché a Maria, la Donna, mai ha fatto mancare il Suo sguardo d’Amore esclusivo, mentre a Gesù, che da buon Figlio maschio ha passato la sua vita terrena ad “attendere alle cose del Padre”, ha dimostrato tutto il Suo Compiacimento.

Andrea Torquato Giovanoli

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